Vendita di Telecom, il premier lancia il piano Rovati-bis

Il Professore: "At&t e America Movil vogliono fare a pezzi la società. La Rete? Resti in mani pubbliche". Una cordata italiana imprenditorial bancaria che contrasti o affianchi
i due operatori è il vero progetto al quale il premier e i suoi più
stretti collaboratori stanno lavorando da giorni. <strong><a href="/a.pic1?ID=169651">Banche al lavoro</a></strong>

Roma - «Avremmo bisogno di forti piante...». Romano Prodi, presidente del Consiglio e deus ex machina dell’Ulivo politico, pensa a infoltire il giardino della finanza italiana. Magari con un Ulivo economico che con la sua ombra protegga Telecom dai raggi di At&t e di América Móvil. È stato lo stesso premier a rivelarlo in un colloquio con Il Sole24Ore.
L’inquilino di Palazzo Chigi continua a utilizzare la formula dell’auspicio. Una cordata italiana imprenditorial-bancaria che contrasti o affianchi i due operatori è il vero progetto al quale il premier e i suoi più stretti collaboratori stanno lavorando da giorni. «Una soluzione la troveranno», dice Prodi. E Mediaset non sarà della partita per via dei limiti antitrust, ma anche perché al presidente del Consiglio piacciono i successi dei quali possa prendersi il merito da solo.
Prodi non appare preoccupato: sui tempi lunghi ha sempre giocato e anche il caso Telecom rischia di dilatarsi temporalmente. E poi non lo intimoriscono né le proteste del capitalismo italiano («E dicono ancora: è il mercato, bellezza. Ma c’è da morir dal ridere: è tutta una corsa a chiedere protezioni e favori») né le esternazioni a piede libero dei suoi alleati su una società quotata («Non lo ritengo pericoloso»). No, non gli va a genio farsi sfilare Telecom sotto il naso. Proprio a lui che come presidente Iri le dettava legge.
Messo tra parentesi che nell’incontro con l’ambasciatore Usa Spogli non se n’è parlato (e non è così), Prodi ha fatto trapelare un’ipotesi: che in realtà l’offerta sia solo messicana e abbia l’obiettivo di scorporare Tim Brasil. Ossia che Slim vorrebbe scappare con il malloppo degli asset brasiliani. «A me lo spezzatino piace, ma solo a tavola», ha tagliato corto.
Male che vada, comunque, si può riesumare il progetto contenuto nel programma dell’Ulivo: la Rete delle reti che tanto piace alla sinistra radicale e a larga parte dei cosiddetti riformisti. Sfilare le infrastrutture fisse a Telecom con «una società di garanzia di transito» che metta a disposizione un monopolio naturale. Una sorta di «piano Rovati bis». Un’idea che potrebbe coinvolgere anche altre reti di pubblica utilità. L’equazione è semplice considerato che Terna e Snam Rete Gas sono partecipate dalla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) che per statuto è coinvolta in questo tipo di infrastrutture. E considerato che il vicepresidente della Cdp, Luigi Roth, si è detto possibilista e le Fondazioni ex bancarie azioniste sono sensibili alla materia.
Ma Prodi non si muove da solo. Anche i Ds vogliono prendere palla. Il silenzio del vicepremier D’Alema è più eloquente di mille parole. Mentre il ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani ha ribadito che «il punto è vedere se il sistema industriale e finanziario italiano è in grado di rispondere a una legittima ancorché discutibile operazione di compravendita». Ribadite inoltre alla necessità di «un radicamento nazionale della rete». L’intervento legislativo sulle infrastrutture, infatti, richiede tempo e nella maggioranza ieri nessuno ha sostenuto questa linea. Il Corriere ha, infine, ipotizzato che Bersani stesso sia coinvolto nell’operazione di tessitura di una cordata italiana alternativa. Si scruta l’orizzonte. D’altronde lo stesso ministro diessino ha affermato che «ci sono tutte le condizioni perché l’operazione venga corretta». Un modo per non dispiacere ancora una volta gli americani si troverà.
E l’esecutivo sembra avere le spalle coperte. Il sottosegretario all’Economia, il verde Paolo Cento, ha ribadito che «Telecom non può diventare terreno di conquista per cordate straniere ed è necessario un piano di indirizzo nazionale nella politica industriale delle tlc». Gli strumenti, sia politici sia giuridici, ci sono. Pure l’Italia dei Valori con Massimo Donadi ha sottolineato il proprio «no a una nuova Iri» purché «si trovi il modo perché la rete infrastrutturale della telefonia resti un patrimonio nazionale». Nei sotterranei si può continuare a scavare.