Venditti in vena di sorprese

Ancora oggi Venditti ha timore di non essere all’altezza del pubblico romano. «Ogni volta - spiega - mi assicuro che tutto sia perfetto, organizzato nei minimi dettagli, perché gli amici sono i più esigenti, sono i primi a rendersi conto che qualcosa non funziona». Martedì il cantautore tornerà al Palalottomatica con il suo «Dalla pelle al cuore tour» e promette un «concerto telepatico».
Che cosa intende?
«A Roma non ho bisogno di spiegare nulla, c’è perfetta sintonia, le mie emozioni sono quelle della gente».
Agli amici, però, si riserva sempre un trattamento particolare. Ha qualche sorpresa in serbo?
«Se sono in vena potrei suonare il pianoforte. Non lo faccio quasi mai, di recente è successo soltanto a Verona».
È appena uscita un’edizione speciale del suo ultimo album. Lei l’ha definita un «regalo di Natale».
«Sì, è un’edizione limitata che contiene un corto diviso in tre parti. Il protagonista è mio figlio Francesco, che interpreta me, io appaio soltanto alla fine. Mi piaceva l’idea di dar vita a una sorta di colonna sonora visiva della mia vita».
Qualcosa di non troppo distante dalla sua personalissima idea di musica.
«Esatto. Non ho mai voluto essere il protagonista delle canzoni che ho scritto, come in molti hanno pensato. I miei brani sono il riflesso di tante cose, innanzitutto di valori, come nell’ultimo disco in cui parlo del conflitto tra passione e razionalità».
Un bilancio di questo tour?
«Un’esperienza incredibile, un viaggio in un’Italia dai due volti. Che di giorno arranca dietro ai problemi quotidiani, ma di sera sa godersi quel miracolo che sul palco si ripete ogni volta. La musica è una specie di piccola luce, un modo di stare insieme: è armonia e condivisione».
Un po’ come lo è la politica. L’ha mai sfiorata l’idea di entrarne a far parte?
«Ci ho pensato tante volte, ma ho rinunciato a quel tipo di potere. Mi avrebbe impedito di vivere la vita di tutti i giorni. Penso che basterebbe poco per scacciare questa crisi di cui tutti parlano: per mettere da parte angosce e solitudine bisognerebbe avvicinarsi agli altri, magari a partire dal proprio quartiere. Non ci sarebbe più tempo per essere tristi».
Nelle sue canzoni ha spesso parlato del mondo della scuola. Cosa pensa della protesta degli studenti che sta scuotendo l’Italia?
«Penso che per anni i giovani sono stati rappresentati in maniera sbagliata. Prima li si è descritti come i "bamboccioni" che non vogliono muoversi da casa, poi è passata l’idea della violenza del branco, di una totale mancanza di responsabilità, incarnata da ragazzi che pensano solo al sesso, prendono la macchina ubriachi e vanno ad ammazzarsi. Dovremmo essere contenti che i nostri figli si stanno finalmente interessando al loro futuro. Il problema di questo Paese di mafie, camorre e caste, è che ha reso poco credibili i giovani. Chi ha meno di 40 anni è escluso completamente dalla vita sociale e politica».
A proposito di età, lei a marzo compierà 60 anni. Si sente più maturo o soltanto più disilluso?
«C’è il rischio che una cosa sia la conseguenza dell’altra. Per fortuna non conto mai gli anni».