Venere scopre Bacco Ora il vino è donna

In Italia un’azienda produttrice su quattro ha ormai una gestione al femminile. E i corsi da sommelier sono presi d’assalto dalle appassionate

L’altra metà del cielo beve e beve bene, perché i neofiti sprizzano entusiasmo e si applicano con una perseveranza che altri nel tempo possono avere smarrito. Lo dicono le indagini di mercato, come quella condotta di recente da Eta Meta in collaborazione con il Vinitaly di Verona, lo dicono gli organizzatori dei corsi di sommelier che non solo si ritrovano i posti occupati in breve tempo perché avere un diploma di esperto degustatore è uno status symbol, ma gli stessi sono presi in gran numero dalle donne. E ancora il dato che vuole un titolare al femminile ogni tre al maschile a livello di cantine così come cominciano a essere donne anche i sommelier nei ristoranti stellati quando alle donne di norma sono riservati i fornelli di cucina o pasticceria e quasi sempre perché figlie o mogli di ristoratori, più un obbligo che una precisa e personale vocazione.
Importante notare, in tal senso, come alla prossima edizione degli oscar del vino organizzata a Roma per il 9 giugno da Bibenda e dall’Associazione italiana sommelier, evento che da quest’anno si chiama I Migliori, ben due delle tre nomination a libero assaggiatori siano in rosa, con il singolare incrocio di una esperta giapponese, Hiromi Nakaiana, alla guida della cantina della Trota di Rivodutri in provincia di Rieti e di una italiana, Mariantonietta Caraccio, in prima fila a Le Cinque a New York. E nella categoria Miglior Produttore ecco la veronese Marilina Allegrini, della Allegrini in Valpolicella, lottare con due uomini proprio come la maremmana Valeria Piccini che lotterà per la palma di Miglior Ristorante, cuoca e titolare del Caino a Montemerano (Grosseto). Ed è donna anche il presidente del Movimento Turismo del Vino, Chiara Lungarotti, cantiniera in quel di Torgiano vicino Perugia, alla testa di un’associazione che il 27 maggio, grazie a Cantine Aperte, movimenterà, tra botti e bottiglie, un milione di enonauti.
E poi il caso forse più emblematico, quello di un segmento molto particolare e preciso delle bollicine: lo Champagne Rosé. Da sempre pensato per le donne, la maggior parte degli uomini lo hanno sempre bevuto perché a una signora non si dice mai di no, a livello seduzione è lei eventualmente a rispondere picche. Il fatto è che il Rosé è sempre stato visto come un bere fragile, profumato e gaio, frivolo che non è certo un complimento. Solo che i consumi, a parte i capricci di un giorno, su lungo tempo non sono imposti da ghiribizzi meteo o umorali e allora ecco che la crescita della quota “donne nel vino” ha spinto tutti i produttori a inserire un rosé in catalogo, compreso Krug tre anni fa che solo a pensarlo il secolo scorso, tutti avrebbero riso perché sarebbe come ipotizzare che la Porsche si metta a produrre una familiare risparmiosa. Ma non si vive di sola poesia e basta dare un’occhiata alla ricerca di Eta Meta per capire che a livello bollicine dettano legge le donne visto che amano lo champagne più degli uomini, anche le più esperte, quelle del segmento elitario, «i» e «le» Wine Lovers, due milioni in tutta Italia, un quinto donne: 27,5% amano le bollicine francesi contro il 15,6 dei pari esperti maschi. Siamo lì anche con il Metodo Classico nostrano: 23,9% contro 16,1. E quando in cantina si presenta una coppia, a decidere l’acquisto ormai sette volte su dieci è lei (non si sa però chi poi paga). Molto femminile anche l’attenzione a quello che c’è nella bottiglia: il 27,5% sceglie in base al rapporto qualità/prezzo piuttosto che alla notorietà della marca (19,3). Donne sì ma non tonte anche perché per i negozi ci vanno soprattutto loro che sanno leggere le etichette. Così in Francia, dove sette bottiglie su dieci vengono comperate nei supermarket, le donne sono la quasi totalità delle acquirenti. In Italia, Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, si oscilla tra il 60 e il 70%. E quando una Jancis Robinson, master of wine e guru del Financial Times, annuncia che il «futuro sarà dei vini che si fanno bere», soprattutto i bianchi, preannunciando così difficoltà per gli inchiostri cari agli americani, è anche perché il palato femminile è più sensibile e meno tollerante con le marmellate superconcentrate. E così ecco le degustazioni con 1.800 donne a giudicare, prima negli Stati Uniti e poi in Francia, al motto Wine Women Want, il vino che vogliono le donne, una lobby che si annuncia potente e che ha già ispirato Women & Wine, compagnia di viaggi vinosi dove la carta del vino è offerta anche a lei e non solo a lui.