Il Veneto scende in piazza: "Fateci espellere i balordi"

Norma anti-sbandati, oggi sindaci di destra e sinistra in corteo a Cittadella. Il vicepresidente del Veneto, Zaia:<strong> </strong><a href="/a.pic1?ID=222969" target="_blank"><strong>&quot;Lo Stato deve difendere i sindaci anche se non si chiamano Veltroni&quot;</strong></a>

Così, appena tornato nel cono della luce mediatica, si sente di affermare il procuratore capo Pietro Calogero: «Io capisco il bisogno di sicurezza. E comprendo il fermento dei sindaci che avvertono l’esigenza di colmare le carenze e di rispondere alle istanze dei cittadini. Tutto, comunque, deve avvenire nel rispetto soprattutto di una regola fondante: non è consentito farsi giustizia da sé. E neppure è consentito, per fare un esempio, torturare un indagato al fine di accertare una responsabilità. È pur vero che l’obiettivo finale è legittimo, tuttavia devono essere legittimi anche gli atti strumentali: in democrazia è consunstanziale il rispetto delle regole che l’ordinamento appresta per realizzare il bene comune. Una democrazia o uno Stato di diritto si valutano non tanto in ragione del risultato, ma degli obiettivi che conseguono nel rispetto dei diritti altrui e delle regole. Guai a scavalcarli». Dunque, il tentativo del tutto legale del sindaco Massimo Bitonci e ora degli altri sindaci del Veneto, comuni piccoli ma anche Verona, potrebbe essere equiparato a Mezzogiorno di fuoco e addirittura alla tortura.
Cerchiamo di capire qualcosa dall’ennesimo imbroglio costruito intorno alla sicurezza degli italiani dall’immigrazione selvaggia, di una vicenda che il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha definito «curiosa», e ci immaginiamo la sua faccia un po’ disgustata perché nessuno portava le brioches per i facinorosi; che la sua spalla, Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, ha bollato con i due aggettivi che preferisce, forse gli unici che pratica, «ipocrita e razzista»; che un deputato del neonato Pd, Franca Bimbi, della quale vorrei potervi dire di più, ha detto non senza brividi di orrore, certo senza tema del ridicolo: «Non si vede come un’ordinanza locale possa interpretare giuridicamente una direttiva europea. Il problema sono la Lega e i suoi sindaci che si rendono responsabili di una campagna di odio verso popoli e minoranze che fanno parte della Ue, e che sta sollevando in Romania iniziative di boicottaggio delle imprese italiane».
Secondo la disposizione contenuta nell’ordinanza del sindaco, Massimo Bitonci, chiunque chieda la residenza nel comune deve avere un lavoro, oppure un reddito minimo di 5mila euro, possedere o aver affittato una casa decente. L’uovo di Colombo, visto che è anche una direttiva europea, per tenere a distanza i criminali. Solo che per ogni romeno che entra in Germania, in Italia ne arrivano cento, e guai a essersi fidati delle gran chiacchiere di Walter Veltroni e compagni dopo la morte di Giovanna Reggiani, e tante altre in precedenza: sono undici in tutto i romeni allontanati dalla capitale, centosettantasette da tutta Italia, con buona pace dei viaggi perentori a Bucarest e dell’incarico speciale ai prefetti. Se Bitonci sperava in un applauso, ha avuto invece nel tempo record di cinque giorni un avviso di garanzia per «usurpazione della funzione pubblica». Secondo la magistratura, infatti, avrebbe «usurpato» i poteri del prefetto e del questore.
Fin qui non sarebbe forse che la solita storia all’italiana «crolla tutto, si salvi chi può», solo che molti sindaci del Veneto, e il governatore della Regione, Galan, non ci stanno, e se resistono, se oggi a Cittadella si tiene una manifestazione di protesta e di solidarietà a Bitonci, vuol dire che sanno di rappresentare la volontà dei cittadini. Chiedono al Parlamento e al governo «leggi chiare e interventi adeguati per dare ai sindaci strumenti adeguati per rispondere alla domanda di sicurezza che viene dai cittadini». A Calogero fanno sapere che loro l’ordinanza che subordina la residenza al reddito minimo l’hanno già applicata da tempo. Lo fanno anche sindaci del centrosinistra, sono stati zitti nei primi giorni, ora si aggregano alla protesta.
Gianfranco Fini, leader di An, scrive al sindaco di Cittadella tutta la sua solidarietà, motiva la convinzione che nessuna usurpazione di funzione sia stata compiuta, infine chiama in causa la guerra del governo Prodi- Rifondazione, e della magistratura amica, alla legge Bossi- Fini. «Non sarà che il dottor Calogero si è ispirato nel suo provvedimento a quanto affermato dal segretario generale di Magistratura democratica, dottor Castelli, in occasione del 14mo. congresso nazionale dell’associazione a Roma il 23 gennaio 2003: “La legge Bossi-Fini, portato di pregiudizi razzisti, spinte securitarie e parole d’ordine tanto demagogiche quanto inidonee a governare un fenomeno sociale imponente (...) non condurrà ad un governo giusto ed efficace dei fenomeni migratori, ma comporterà un’ampia e profonda compressione dei diritti fondamentali dei migranti”. Incredibile, ma vero! E poi c’è chi dice che non è vero che alcuni magistrati fanno politica».
La fanno sulla pelle degli italiani che non si sentono più, tre su quattro, liberi di uscire la sera. Ma questa volta la rivolta del Veneto potrebbe accendere una sana miccia. Sta partendo il Piemonte. E purtroppo non sembra esserci altra strada.