Venezia affonda al botteghino. Solo "Il sogno" resta a galla

Terzo negli incassi del weekend il film diretto da Michele Placido ma &quot;Videocracy&quot; e &quot;Cosmonauta&quot; sono appena settimo e nono <br />

Roma - «Il box-office dopo Venezia non premia Placido», titola Dagospia, provocando un notevole dispiacere al produttore Pietro Valsecchi. Proprio mentre l’ufficio stampa del Grande sogno diffonde per agenzia un bollettino vittorioso dove si parla di «ottimo esordio», addirittura superiore a quello di Romanzo criminale. Chi ha ragione? Dipende dai punti di vista. Di sicuro il film di Michele Placido attorno al Sessantotto, un po’ ritratto autobiografico e un po’ perorazione ideale, sembra aver tratto vantaggio dalle brucianti polemiche veneziane. «L’Italia placida e leggermente schifosa» esecrata dal ministro Brunetta, magari con toni un po’ scomposti, per ora risponde con un certo interesse all’affresco sessantottino del cineasta pugliese, certo un po’ naïf e di forte taglio popolare, interpretato da Riccardo Scamarcio, Luca Argentero e Jasmine Trinca. Quest’ultima appena premiata come migliore attrice «emergente» (sic).
I dati Cinetel, relativi al periodo 11-13 settembre, dicono infatti che Il grande sogno si piazza al terzo posto, dopo gli americani G.I. Joe. La nascita dei cobra e L’era glaciale (sempre saldamente primo), con un incasso di poco superiore a 1 milione di euro e una media a copia di 3.300 euro, su circa 400 schermi. Un buon risultato, a tener conto di due fattori: fa ancora caldo in città e il film, nonostante gli inviti del regista, pesca su un pubblico non proprio giovanissimo. Di questo passo, dicono gli esperti, potrebbe arrivare ai 4 milioni: un traguardo, con l’aria che tira per il cinema italiano d’autore, di tutto rispetto.
E intanto, mentre Placido da Benevento invita tutti ad abbassare i toni («È un momento difficile, lo scontro non porta nulla, ho un’età in cui l’esperienza mi dice di dialogare tra le parti»), si viene a sapere che Valsecchi, produttore con la sua Taodue insieme a Medusa, ha rinunciato al contributo di 1 milione di euro deliberato dal ministero, essendo stato giudicato Il grande sogno film di interesse culturale nazionale.
Se Placido ha dunque motivi per rilassarsi un po’, gli altri titoli «veneziani» stentano invece al box-office. Pure quel Videocracy di Erik Gandini molto vezzeggiato a sinistra, specie da la Repubblica e l’Unità, e innalzato a simbolo del cinema che le suona al Cavaliere senza tanti complimenti. Sai che novità! Settimo in classifica, in due settimane, dopo una partenza incoraggiante, s’è fermato a 528mila euro. Pochino, francamente. Nel 2005 l’affine Viva Zapatero di Sabina Guzzanti realizzò tutt’altro exploit dopo il passaggio al Lido, arrivando a 1 milione e 800mila euro.
E gli altri? A voler restare in ambito nostrano, si difende solo Cosmonauta, il tenero e abbastanza nostalgico esordio di Susanna Nicchiarelli premiato sabato sera come migliore della sezione Controcampo italiano: nono in classifica con 90mila euro in tre giorni e 57 copie in circolazione. Giace malinconico al ventesimo posto, sconfitto dalla storia e da una certa vetustà dello sguardo sui travagli della sinistra che fu di lotta e di governo, Le ombre rosse di Citto Maselli, già al secondo week-end, per un totale di 54mila euro. Ma neanche a Raicinema, che distribuisce, forse si aspettavano tanto di più.
Naturalmente, è presto per dire se la 66ª Mostra testé conclusasi abbia portato fortuna ai film italiani in gara. Su quattro in concorso, è uscito solo Il grande sogno, con l’esito provvisorio di cui sopra. La vera scommessa, considerati l’investimento produttivo e la gamma dei giudizi critici, riguarda Baarìa di Tornatore, atteso nelle sale il 25 settembre.
Al contrario, si può parlare tranquillamente di tonfo senza appello per i tre titoli stranieri usciti in sala dopo l'anteprima veneziana. Pensate, neppure Il cattivo tenente. Ultima chiamata New Orleans, il poliziesco di Werner Herzog protagonisti gli hollywoodiani Nicolas Cage ed Eva Mendes, si eleva sopra l’ottava posizione: 142mila euro in tutto, a dimostrazione che il culto cinefilo non paga (sarà contento Abel Ferrara, nemico giurato del remake ispirato al suo film con Harvey Keitel). Quanto al francese Questione di punti di vista di Jacques Rivette, protagonisti Jane Birkin e il nostro Castellitto, è solo dodicesimo con 42mila euro. Pure peggio è andata allo svedese Una soluzione razionale, quattordicesimo con 25mila euro. Del resto, si sa: prima tutti vogliono andare a Venezia, poi, se lo spettatore snobba e la critica stronca, parte il piagnisteo.