Venezia, il custode: "La vittima sono io"

Parla il custode di Ca’ Rezzonico, che ha vietato l’ingresso a una donna velata: &quot;Ho fatto il mio dovere. Tutti devono rispettare le regole&quot;. <a href="/a.pic1?ID=286245"><strong>Una giornata a Milano con il viso coperto</strong></a>

Venezia - «Sono a posto con la coscienza, se mi dovesse ricapitare farei esattamente lo stesso». Diego Lupo, 27 anni, è il sorvegliante del museo Ca’ Rezzonico di Venezia, da tre giorni al centro delle polemiche per aver «arbitrariamente» fermato all’ingresso delle sale espositive una turista islamica con il volto nascosto dal niqab, un velo che lascia scoperti solo gli occhi. Ma lui non ha il minimo ripensamento. «Perché dovrei? Quella donna stava violando una norma - spiega tranquillo il giovane, che lavora da due anni e mezzo per Verona 83, la cooperativa che ha in appalto il servizio di sala dei musei veneziani -. Ho solo fatto il mio lavoro».

Ci racconti come sono andate le cose.

«Ero di servizio al secondo piano, quando alcuni colleghi mi hanno avvisato che in sala stava entrando una donna con il volto coperto, accompagnata dal marito e da una figlia piccola. Così, con discrezione e cortesia, li ho fermati».

Come mai?

«Il regolamento del museo vieta di entrare con il viso nascosto. E ci sono anche leggi dello Stato in materia. Di certo non ho preso iniziative “personali”. Anzi, dopo aver chiesto alla famiglia di attendere, mi sono consultato via radio con il caposervizio. Lui mi ha detto che potevano proseguire la visita, ma a quel punto loro volevano sapere quale fosse stato il problema. Io non parlo bene l’inglese, perciò li ho accompagnati all’ufficio informazioni, dove una collega ha spiegato loro il regolamento. Così hanno preferito andarsene, ma non sembravano arrabbiati. Da entrambe le parti c’è sempre stata la massima cortesia».

Il responsabile del Ca’ Rezzonico, Filippo Pedrocco, sostiene che in certi casi bisogna usare un po’ di buon senso.
«È un discorso che non sta in piedi. La norma è chiara: a volto coperto non si può entrare. E il volto di quella donna non era visibile».

Sul suo capo però pende l’accusa di razzismo.
«Guardi, io sono tutt’altro che razzista: ho molti amici stranieri, alcuni sono musulmani. E mi hanno detto che ho fatto bene. Ho il massimo rispetto nei confronti delle persone che hanno una religione diversa ma anche loro devono rispettare le regole».

Ma intanto le polemiche continuano.
«Sì, e la cosa mi ha stupito, non pensavo certamente di diventare un caso nazionale per aver applicato la legge. Tutti dovrebbero farlo. E invece, in un certo senso, ho rischiato di essere “discriminato” per aver compiuto il mio dovere».

In effetti i Musei Civici hanno ventilato dei «provvedimenti» nei suoi confronti. Non ha paura di perdere il lavoro?
«In realtà no. Per fortuna, ho ricevuto pieno sostegno dalla mia azienda, che mi ha messo a disposizione i suoi avvocati. Ma sinora non ho avuto nessun problema. Oggi (ieri, ndr) ho lavorato tutta la mattina a Palazzo Ducale. Spero solo che tutte queste polemiche non mettano a rischio la mia sicurezza, provocando ritorsioni da parte di qualche estremista».

È amareggiato da questa vicenda?
«Be’, le accuse dei dirigenti del museo non mi hanno fatto piacere, anche perché ho dovuto leggerle sui giornali: direttamente nessuno mi ha detto nulla. In compenso ho avuto la solidarietà dei miei colleghi e di molte altre persone».

Per il vicesindaco di Treviso Gentilini lei andrebbe addirittura premiato.
«Esagerato anche questo. Non ho compiuto nessun atto eroico. Ripeto, ho semplicemente fatto il mio lavoro».