Venezia e gli intrighi: gli amori malati di Freud

In concorso <em>A Dangerous Method</em> di Cronenberg e un remake del film tratto dal romanzo delle Brontë

Torna il fasto dei film in costume, che permettono il sogno in epoche lontane. E torna a Venezia, quintessenza del mascheramento, dove la Mostra ormai prossima punta le sue carte sull’ultima opera di David Cronenberg, A Dangerous Method, in concorso. Si tratta d’un film ambientato durante la prima guerra mondiale, tra Berlino, Vienna e Zurigo, nel cuore di quella Mitteleuropa che a noi globalizzati pare un lontano ricordo. Ma a rinfrescare la nostra memoria provvederà una storia di passioni, sigari e sesso, tale e quale si svolse nel triangolo erotico-intellettuale, più volte rappresentato sul grande schermo. Stiamo parlando di due tra le più marcanti personalità del nostro secolo, il neurologo austriaco Sigmund Freud (Viggo Mortensen) e lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), padri della psicanalisi, che si contesero l’amore e gli interessanti tormenti dell’affascinante Sabine Spielrein (una Keira Knightley sempre più anoressica), nobildonna d’origine russa e intellettuale cara a Nietzsche. Nevrastenia e frustate sado-maso; torbidi intrecci e nevrosi scolpiranno la vera storia dell’incontro che avrebbe cambiato la scena mentale del Novecento. E vedremo le ossa eleganti di Keira affondare nelle trine bianche, mentre le infermiere d’una casa di cura la immergono in una vasca d’acqua gelata (must della cura anti-isteria). Poi sarà la volta d’ogni libido repressa, mentre la scuola junghiana, basata sull’interpretazione dei sogni, si scontra con quella freudiana, fondata sulla psicopatologia della vita quotidiana.
Che cosa ne esce? Nei blog i fan di Cronenberg si scannano sul poster: così statico e formato biopic, con la Knightley tra i due uomini, che a inizio secolo rivoluzionarono l’approccio alla malattia mentale, il manifesto fa torto al signore de La mosca (1996), quel Cronenberg «barone del sangue». L’autore «nero» di Crash, solitamente attratto da sesso&zombie, stavolta non risulterebbe conseguente col suo mandato d’artista. E invece no. La giusta dose d’inquietudine è assicurata dalla sceneggiatura dell’oscarizzato Christopher Hampton (Legami pericolosi) e poi i segni cronenberghiani ci sono tutti: la donna come oggetto di desiderio; la sessualità come mezzo di conoscenza, il «fool», qui Otto Gross (Vincent Cassel), che tutto sporcifica, tutto induce al peggio.
Se consideriamo che i costumi de Un metodo pericoloso li ha creati Denise Cronenberg, sorella di David, il quadro è completo: film in costume, sì, ma non aspettatevi chicchere e piattini. Siamo lontani anni-luce dal torbidume borghese di Prendimi l’anima di Roberto Faenza, che spostava lo stesso triangolo dal lettino al letto con una certa pedanteria. I baffoni di Mortensen, gli occhialini di Fassbender e il sottogola ricamato della Knightley traggono in inganno, ma è della psiche malata che si tratta e Cronenberg sa come affrontarla.
Un altro soggetto molto battuto, in precedenza, è al centro di Wuthering Heights, ennesimo adattamento del romanzo di Emily Bronte Cime tempestose. Firmato dalla regista Andrea Arnold (Fish Tank, quasi sconosciuto) e in concorso a Venezia, il film narra la travagliata storia d’amore tra Heathcliff (il ventenne di colore James Howson) e Catherine Eamshaw (Kaya Scodellaro). «Avrei potuto mettere sullo schermo soltanto questo libro», dice la Arnold, che inserisce due novità: poche cime e molta tempesta tra i due giovani e, per la prima volta, un interprete nero nel ruolo che fu di Laurence Olivier (1939), poi di Timothy Dalton (1970), quindi di Ralph Fiennes (1992). D’altra parte, la Bronte descrive Heathcliff come «a dark-skinned gypsy», «uno zingaro dalla pelle scura».
Ma, niente paura per gli amanti dell’ortodossia, a ottobre I tre moschettieri in 3D di Paul Anderson riprenderanno il filone classico.