Venezia, ecco le storie scandalose che la Cina cerca di tener nascoste

Ieri, a sorpresa, proiettano Perfect life, bloccato in patria perché tratta argomenti &quot;non armonici&quot;. Censurati altri film su opposizione democratica, crisi familiari e corruzione. <strong><a href="/a.pic1?ID=286303">Clooney: &quot;Coi film si fa politica</a></strong>, ma che spasso le commedie&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=286422">Pitt premiato a sorpresa</a></strong>. Intervista al presidente di giuria, Wim Wenders: <strong><a href="/video.pic1?ID=intervista_wimwenders">guarda il video</a></strong>
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Venezia - Era talmente «a sorpresa » che molti giornalisti non se ne sono accorti. Peccato. E pensare che gli ingredienti della notizia c’erano tutti. A tre giorni dalla fine delle Olimpiadi arriva alla Mostra un film cinese vietato in patria. Il direttore sinologo Marco Müller l’ha preso in extremis, gabbando gli alti papaveri del cinema di Pechino. Del resto, l’aveva preannunciato nelle interviste della vigilia. «La Cina s’è aperta alle Olimpiadi, mala censura resta quella di sempre. In questo momento ci sono almeno quindici film bloccati perché contengono voci considerate non armoniche rispetto alla visione ottimistica che si vuol dare del Paese». Non armoniche, dice: il che significa storie di miseria, di sfascio familiare, di opposizione democratica, di corruzione diffusa.

Così, anche per evitare ritorsioni o irrigidimenti, il titolo del film inserito nella sezione Orizzonti è rimasto segreto fino alla proiezione mattutina al Palalido, mentre nella vicina sala Perla scorrevano i titoli di coda di Burn after reading. Trattasi di Perfect life, della regista 38enne Emily Tang Xiaobai, che già firmò un lungometraggio scomodo, Coniugazioni, da Müller considerato «il più importante film cinese che analizza il clima successivo ai fatti di Tienammen del giugno 1989». Nata nella provincia di Sichuanmacresciuta a Pechino, la cineasta vive oggi ad Hong Kong, e certo non deve essere stato facile per lei girare Perfect life, un titolo - non ci vuole molto a capirlo - da prendere per contrasto. Lei sostiene: «Ogni cosa ha due facce, come un foglio di carta, il vero e il falso, il passato e il futuro, tutto è collegato, le cose si influenzano a vicenda». E ancora: «Questo film non parla solo di due donne, è una storia che vorrei riuscisse ad aprire nuove prospettive sulla nostra società».

Lì per lì, nel vederlo, non ti spieghi perché mai Perfect life debba essere messo al bando. Non è un film politico in senso stretto, neanche di denuncia sociale. Ma gli occhiuti censori cinesi, gli stessi che tramite i loro blog sciovinisti hanno accolto con fastidio il film d’animazione Kung Fu Panda gridando al «furto culturale» (eppure il pubblico accorre in massa), hanno le antenne fini. Due anni fa, qui al Lido, vinse un altro film «a sorpresa», quel Still life di Jia Zhang-Ke che descriveva la desolata vita in un villaggio destinato a essere sommerso dalle acque per la costruzione di una diga. Anche allora si alzò qualche mugugno.

Apoco a poco, allora, capisci perché Perfect life possa suonare dissonante rispetto alle fanfare mediatiche del tripudio olimpico. In bilico tra finzione e documentario, Emily Tang ci guida alla scoperta di due giovani donne, diverse per estrazione e sensibilità, quasi pedinate in chiave neorealistica. Si sfiorano per un attimo alla fine del film. Nel frattempo abbiamo fatto la loro conoscenza. La ventunenne Li vive in una triste città industriale del nord-est. Ha un fratello irresponsabile che non vuole studiare, una madre depressa. Si mantiene prima facendo l'operaia in una fabbrica che costruisce arti artificiali, poi la cameriera d'albergo. Conosce un uomo gentile, zoppo, che la corteggia, la porta al cinema a vedere In the mood for love (lei si commuove). C'è da portare un quadro al sud, a Shenzen, lei accetta, non sapendo che l'uomo, impigliato in loschi affari di contrabbando, nel frattempo è stato ucciso. L'altra donna, Jenny, viene da Hong Kong: è una madre alle prese con un divorzio doloroso. Ha i capelli di taglio moderno, è aggressiva, indossa jeans stretti e stivali coi tacchi, come tante ragazze di qui. Ma, non sapendo scrivere correttamente, fatica a trovare lavoro. Si sente infelice, sola, persa, rimpiange la Cina di quando era bambina.

L'anno scorso a presiedere la giuria veneziana c'era Zhang Yimou, oggi cineasta caro al regime. Giusto un mese fa ha allestito a Pechino la sontuosa cerimonia d'apertura dei Giochi. Perfect life è l'altra faccia di quel «miracolo».