Venezia fa il pieno di commedie ma c’è poca America e tanta Italia

Presentato il programma. Müller: molte opere &quot;leggere&quot;, però non abbiamo trascurato quelle di denuncia. Strappo alla regola delle tre pellicole per nazione. Due documentari sulla Thyssen. <strong><a href="/a.pic1?ID=279664">Come al solito sovraesposto l'Estremo Oriente</a></strong>

Roma - Ancora una volta Marco Müller riesce a sorprendere. Il direttore della 65esima Mostra internazionale d’Arte cinematografica, che si svolgerà al Lido di Venezia dal 27 agosto al 6 settembre, al primo anno del suo secondo mandato quadriennale ha messo su un cartellone in cui c’è tutto e il suo contrario. Pure - e per Venezia sarebbe un miracolo - «il sapore della commedia», dice convinto Müller, poco prima di annunciare però un film filippino di 450 minuti (sì, 7 ore e mezza) dal titolo che è tutto un programma, Melancholia. Frutto anche della ricerca della nuova e giovane commissione di selezione capitana però dal veterano Enrico Magrelli, «il mio sottosegretario alla Cultura» scherza Müller che aggiunge suggestivo: «Noi siamo un sismografo che registra i movimenti e sommovimenti del cinema».

Autarchia
Eterogenea e massiccia la presenza italiana in concorso (ampiamente anticipata dal Giornale) che, dopo le scottature della scorsa edizione (ma anche stavolta Müller ha parlato di «anno eccezionale per il nostro cinema») e uno strappo alla regola che prevede al massimo tre film nazionali (non accadeva dal 2000), dovrebbe andare più sul sicuro con Il papà di Giovanna di Pupi Avati, La terra degli uomini rossi. BirdWatchers di Marco Bechis, Il seme della discordia di Pappi Corsicato e Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek. Quattro titoli a cui se ne aggiungono altri 16 tra la sezione «Orizzonti» e «Fuori concorso» (tra cui Mario Monicelli con Vicino al Colosseo... c'è Monti e Paolo Benvenuti con Puccini e la fanciulla) per un totale di 20 film italiani al netto dei 19 di Ermanno Olmi (che sta anche lavorando alla nuova sigla del festival) per il Leone alla carriera che gli verrà consegnato il 5 settembre da Adriano Celentano e dei 30 della retrospettiva «Questi fantasmi: cinema italiano ritrovato» (1946-1975) a cura di Tatti Sanguineti e Sergio Toffetti. Senza dimenticare la nostra Valeria Golino nella giuria presieduta da Wim Wenders.

America Più dolente il tasto del cinema statunitense. Sarà probabilmente colpa dello sciopero degli sceneggiatori degli scorsi mesi, come sostiene Müller, ma, se non fosse per il film d'apertura Burn After Reading di Joel e Ethan Coen con Brad Pitt, John Malcovich e George Clooney (di casa oramai a Venezia) e per l'attesa opera prima del messicano Guillermo Arriaga con Charlize Theron e Kim Basinger, forse il tappeto rosso poteva anche non essere srotolato. Chissà però che non sia «colpa» dello stesso direttore che nel quadriennio scorso ci aveva mal abituati con le parate di star.

Anche tragedia Il direttore ne ha parlato più di una volta ieri alla presentazione del festival, sollecitato anche dal nuovo presidente della Biennale Paolo Baratta che ha anche annunciato per il 28 agosto la posa della prima pietra dell'erigendo Palazzo del cinema previsto per il 2011. Perché il leitmotiv di quest'anno è che ci sono «tantissime commedie nelle selezioni» per una Mostra tutta da ridere. Come l'immancabile regista e attore nipponico Takeshi Kitano e il nuovo Achilles and the Tortoise o i sette minuti d'un altro aficionado della Mostra, Manoel de Oliveira con Do Visível ao Invisível. Ma siccome «il nostro cinema sa raccontare le urgenze» ecco anche la tragedia delle morti bianche (a cui Müller ascrive anche l'omaggio all'Adriano Celentano di Yuppi Du, «un film con presa diretta sul reale poi stilizzato come sa fare lui») con ben due documentari sulla tragedia della torinese ThyssenKrupp: La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti e ThyssenKrupp Blues di Pietro Balla e Monica Repetto. Infine, sempre alla voce «cinema sociale», le proiezioni di documentari in collaborazione con Emergency e Medici senza frontiere.