Venezia, i disegni di Bacon a Cà Zenobio

Prosegue con successo a Venezia la bella mostra dedicata ai disegni di Francis Bacon ospitata negli spazi di Ca’ Zenobio degli Armeni, uno degli angoli più suggestivi della città. L’esposizione è interessante non solo per il valore in sé, Bacon è considerato l’ultimo grande maestro del Novecento, ma per la storia che c’è dietro di essa, un vero e proprio giallo d’ambientazione italiana, che già anni fa ispirò un romanzo a Giorgio Soavi, nel quale critici, mercanti, avvocati, magistrati, giornalisti occupano lo spazio lasciato libero da un pittore geniale ma dal pessimo carattere, collerico e bugiardo, alcolizzato e manesco, perso dietro le proprie menzogne e il proprio personaggio.

Una delle leggende che lo riguardano è che Bacon dipingesse direttamente sulla tela, senza alcuno studio preparatorio o appunto grafico, e che non esistesse alcun disegno di sua mano. Questa leggenda era in parte dovuta al pittore stesso, ulteriore elemento nella creazione della propria unicità, ma soprattutto era accreditata e fatta circolare da chi dell’opera di Bacon, in qualità di critico-amico e/o di gallerista-mercante, deteneva l’esclusiva. Ancora in vita, le quotazioni dei suoi quadri avevano raggiunto valori imponenti, ma dopo la morte, avvenuta nel 1992, possedere o acquistare "un Bacon" equivaleva a un’assicurazione sul proprio futuro o a un investimento destinato a crescere in maniera esponenziale.

Questo spiega perché nel 1999, allorché la Tate Gallery, dopo averli acquistati, dedicò una mostra ai quaranta disegni un tempo proprietà della vedova di Stephen Spender, il grande poeta amico del pittore, quegli stessi critici che fino al giorno prima avevano negato l’esistenza di un Bacon disegnatore, dissero che sì, non era propriamente vero quello che Bacon aveva sempre lasciato intendere e loro sempre sottoscritto, c’erano effettivamente degli "schizzi" a penna e a matita, "la punta dell’iceberg" li definì in maniera accattivante, ma in un’ottica avventata, uno di loro e l’esposizione della Tate ne era la conferma. Perché il mondo artistico-economico legato alla fortuna di Bacon non si mettesse contro il più importante museo d’arte moderna d’Inghilterra, se non del mondo, è facilmente comprensibile e non necessita di ulteriori spiegazioni.

Il fatto poi che quei disegni facessero parte dei beni di una delle glorie letterarie del Regno Unito, rendeva impossibile ogni contestazione al riguardo. Con Auden e Isherwood, Spender era stato il terzo “leone“ della poesia inglese fra le due guerre: romanziere, memorialista, polemista, dal dopoguerra e fino agli anni novanta in cui morì era rimasto una figura centrale del dibattito intellettuale in patria e all’estero, nominato baronetto dalla regina Elisabetta per il contributo da lui dato alla nazione.

Il povero Cristiano Ravarino non aveva - e non ha - invece nulla dell’alone di cui era circondato Spender. Bolognese, di buona famiglia, trenta e passa anni fa, quando conobbe Bacon, era un bel ragazzo ventenne di cui i quaranta chili accumulati in questo arco di tempo hanno soffocato le tracce, evidenti però nelle foto d’epoca, un fascino un po’ ambiguo e un po’ maledetto, virile, ma al tempo stesso fragile. Ambizioso, appassionato di giornalismo, Ravarino non è mai diventato una firma: aveva un certo talento di cronista, guastato in qualche modo da una fantasia troppo esuberante e da un gusto per l’ intrigo, lo spionaggio, le storie dove la politica si mischia al crimine, la criminalità si tinge d’ideologia... Un certo esibizionismo, la passione per gli alcolici, l’assenza di qualsiasi inibizione sessuale fecero sì che dopo quel primo incontro all’Accademia di Francia a Villa Medici, dove Ravarino si recò con la madre, allieva di Longhi, amica di Arcangeli, consulente d’arte di banche, Cristiano divenne uno degli amanti di Bacon.

E’ possibile che nel rapporto ci fossero da parte sua degli elementi di convenienza, ma quel che è certo è che una personalità così complessa e così carismatica come quella di Bacon (in cui la violenza, anche fisica, non solo sessuale, era un elemento fondamentale, l’idea di prendere la vita a pugni così come faceva con l’idea stessa dell’arte) fosse del tipo più adatto ad affascinare un giovane perennemente borderline fra la buona borghesia da cui proveniva, la nonna materna era vicepresidente delle Dame di San Vincenzo, e la passione per gli eccessi a cui la sua natura più profonda lo chiamava. Come che sia, fra quel 1977 egli anni Ottanta, Bacon , che all’inizio di questa storia aveva settant’anni, venne varie volte in Italia, Bologna, Cortina, Venezia, vide spesso Ravarino, gli propose persino di convivere, gli lasciò in custodia molti disegni. A sua volta Ravarino andò un paio di volte in Inghilterra, fu ospite di amici fidati del pittore, stettero insieme a Parigi, il suo essere un outsider gli concesse anche una freschezza di giudizio sulla realtà artistico-mercantile britannica.

Bacon era legato in esclusiva alla galleria Marlbourough, un legame che nel tempo si era trasformato in cappio e che invano tentò di rompere. Ravarino fu tra quelli che si adoperarono in tal senso, e quei disegni, più di un centinaio, sfuggiti alla Marlbourough, rappresentano in fondo anche una vendetta contro il mercante che lo aveva legato con un’esclusiva soffocante e in qualche modo ricattatoria. Per farla breve, negli incontri e nelle serate italiane, Ravarino fu per Bacon una specie di pesce pilota. Ci furono cene che si conclusero con risse memorabili o con la messa a soqquadro del locale, cui seguiva, come gesto riparatorio, il dono di un disegno... Così, non è esagerato dire che più di uno schizzo di Bacon finì fra le mani di un oste di Bologna, della proprietaria di una locanda di Cortina... Oltre, naturalmente, a quel centinaio e passa che Ravarino tenne a lungo nel cofano della propria automobile...

Già nel 1981, una parte di essi viene esposta alla Galleria Nanni di Bologna e in seguito Ravarino privatamente ne vende altri, ma fino a quando Bacon è in vita, la Marlborough Gallery fa finta di nulla. Solo dopo la sua morte si decide a promuovere un’azione legale, legata anche la fatto che Ravarino ha deciso intanto di presentare tutto insieme il corpus artistico in suo possesso. Nel 2003 Ravarino finisce sul banco degli imputati, accusato di aver falsificato 165 opere dell’artista. Un anno dopo, il processo si conclude con l’assoluzione dell’ex ragazzo bohémien e una sentenza in cui il Tribunale di Bologna nega che quei disegni siano falsi, pur se non ne certifica l’autenticità.

Adesso parte di quel corpus è in mostra a Venezia, sotto il significativo titolo di La punta dell’iceberg, introdotto da due saggi critici di Edward Lucie-Smith e di Alberto Agazzani e accompagnato da un libro in cui il penalista Umberto Guerini, che difese Ravarino nel processo, ricostruisce l’intera vicenda. Lo spettatore che se li trova di fronte vede sguardi feroci e senza scampo, taglienti, una carica vitale enorme, una galleria di personaggi facilmente riconducibile ai sUoi modelli e ben riconoscibile nelle loro apparenze. Dei quadri di Bacon hanno lo stessa forza ammorbante e morbosa, “la stessa carica virale“ come scrive Agazzani. I segni che tracciano anatomie e fisionomie sono il frutto di una sicurezza non improvvisabile, così come i volti, realizzati con cancellazioni e sovrapposizioni segniche, dimostrano un talento eccezionale. Sono i disegni che Bacon avrebbe disegnato se mai avesse disegnato. Ma noi sappiamo che quel "se" non era una verità, ma una bugia.

"Punta dell'Iceberg. I Disegni di Francis Bacon"
Venezia - Ca' Zenobio degli Armeni
Aperta fino a 22 novembre dal martedì alla domenica 10-18. Chiusa il lunedì