A Venezia la pacifista Bigelow racconta la guerra come chi ama

<em>The hurt locker</em> è la storia del reduce dell'Irak che torna in prima linea. La regista: i film servono se i media censurano il conflitto. <strong><a href="/a.pic1?ID=288107">Lina Wertmuller e il '68 in Laguna: &quot;Non ricordo perché si protestava&quot;</a></strong>

Venezia - È passato un giorno - il penultimo del concorso - ma è bastato perché Kathryn Bigelow cancellasse il ricordo di Anne Hathaway, che ha la metà dei suoi anni, ma anche del resto. Con The Hurt Locker («La cassetta del dolore», quella con oggetti dei caduti restituita alle famiglie), la regista di Point Break, Strange Days, Il mistero dell'acqua e K-19 ha firmato un film, dignitoso e insolito, uno dei rari meritevoli dell’«arte cinematografica» ambìta dalla Mostra.

All'origine di The Hurt Locker c'è la sceneggiatura di Mark Boal, embedded in Irak nel 2003-2004, che con un altro articolo era soggettista anche di Nella valle di Elah di Paul Haggis, buon film di cattivo incasso negli Stati Uniti. Tenendone conto, Boal e la Bigelow - ex moglie di James Cameron (Titanic) - hanno puntato ancora su un reduce (Jeremy Renner), che, tornato a casa, capisce che il suo destino è ormai in Irak. Lì, artificiere, aveva disinnescato centinaia di bombe messe non solo contro i commilitoni, ma anche contro gli iracheni, finiti nel turbine della guerra civile fra sunniti e sciiti. Arrivato come mercenario neocoloniale, diventato eroe difensore di commilitoni che a occhi iracheni sono invasori, quando torna al fronte fa un passo ulteriore: diventa guerriero. È l’opposto del personaggio del Cacciatore di Michael Cimino, che - quando torna a casa dal Vietnam - non sa più cacciare.

Signora Bigelow, dal Vietnam all’Irak non c'è solo il deserto che sostituisce la giungla...
«Chi combatteva allora, truppe di leva, non poteva scegliere, oggi combattono volontari. Differenza radicale».

In cinque anni d'invasione dell'Irak, quattromila morti americani.
«In tredici anni d’invasione del Vietnam furono cinquantamila. Ma di quelli abbiamo visto molto in tv. Oggi non si vede quasi nulla. Perciò servono i film».

Censura?
«Il New York Times ha scritto un mese fa che sono state pubblicate solo sei foto di caduti e che questo ritegno si spiega solo con la censura».

Redacted di Brian De Palma è stato premiato dalla Mostra, ma in Italia non è uscito.
«Il filone iracheno finora non ha reso. Ma anche i film su Seconda guerra mondiale e Vietnam hanno incassato solo con la pace».

The Hurt Locker è quasi senza divi: i personaggi di Ralph Fiennes e Guy Pearce muoiono subito.
«Poteva essere anche senza tecnici, che temevano di venire in Giordania, dove abbiamo girato».

Redacted era quasi documentaristico...
«The Hurt Locker lo è meno. Ho cercato stile a metà tra documentario e film tradizionale».

Tecnico - un artificiere - è anche l'eroe del film.
«All'invasione, 250.000 bombe sparirono dagli arsenali iracheni. Occorreranno decenni per disinnescarle: gli artificieri sono importanti».

Prevede che il suo eroe dovrà disinnescarle tutte?
«Spero che il ritiro americano avvenga subito, al cambio del presidente. Solo Barack Obama può deciderlo».

Ma il suo eroe torna in Irak, volontario per la seconda volta!
«Essere per la pace non significa non capire che c’è chi ama la guerra».