A Venezia "The Perfect Candidate", sulla condizione femminile nel mondo arabo

Un'opera che affronta la questione di genere e le mille contraddizioni dei paesi di fede islamica nell'era di internet.

Il secondo film in concorso, alla 76esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia apertasi ieri, è stato "The perfect candidate".

Si tratta di un'opera diretta da Haifaa Al-Mansour, prima regista donna dell'Arabia Saudita (fattasi già notare per "Mary Shelley – Un amore immortale" con Elle Fanning) e racconta una storia di emancipazione femminile che ha per protagonista una giovane e determinata dottoressa saudita, Maryam (Mila Alzahrani). La ragazza è frustrata dalle condizioni in cui si trova il suo posto di lavoro, un pronto soccorso reso quasi inaccessibile dall'aspetto disastroso dell'unica strada percorribile per raggiungerlo. Decide di proporsi per una posizione professionale in un grande ospedale e a questo scopo è in procinto di recarsi a Dubai. Viene però bloccata ai controlli dell’aeroporto di Riad perché il permesso di viaggio rilasciato dal padre, suo tutore maschile come stabilisce la legge saudita, non è stato rinnovato. Maryam si rende conto che è ora di tentare di cambiare le cose e sorprende tutti decidendo di candidarsi alle elezioni del consiglio comunale. In questo modo non solo si metterà contro la società maschilista del luogo in cui vive, ma incontrerà anche l'ostilità di alcuni congiunti.

E' tutto in quel "dobbiamo provare" che la protagonista pronuncia con forza rivolgendosi alla sorella scettica sull'esito della campagna elettorale il diktat morale che anima il film: Maryam impersona la speranza di una metà del cielo che nei paesi arabi di fede islamica è ancora ritenuta inferiore.

"The Perfect Candidate" è un'immersione realistica in luoghi in cui le donne che guidano l'auto, si laureano o si mantengono da sole sono guardate con una diffidenza che tracima nel disgusto, in un mondo pieno di contraddizioni dovute al fatto che da un lato la tradizione si impone come sacra, dall'altro è contaminata di continuo dai costumi occidentali che entrano nelle abitazioni tramite internet. In casa si gira il riso tenendolo in una pentola per terra ma s'impara a cucinare con i tutorial di Google, tra amiche si comunica via whatsapp ma è oltremodo sconveniente parlare a un uomo o guardarlo negli occhi, infine si può amare la musica e scegliere di partecipare a un concerto ma il timore di rappresaglie da parte di concittadini dal conservatorismo radicale è all'ordine del giorno.

Sono spassosi i siparietti in cui Maryam, aiutata dalla sorella fotografa, si cimenta nella produzione di un video elettorale nel quale, coperta anche sugli occhi, si propone all'elettorato, non senza essersi prima lasciata ispirare su Youtube da un singolare candidato locale del Tennessee.

La sconfitta di Maryam è nell'aria per tutto il film ma è meramente numerica. Essere riuscita ad alzare la voce in una stanza piena di uomini riuscendo a zittirli e aver messo letteralmente la faccia al servizio della propria causa svelando il volto, sono solo alcune delle enormi conquiste che ottiene durante il film.

La fiducia nel futuro è fondata e il cambiamento già in atto se anche solo un contadino che sulle prime preferirebbe morire piuttosto che farsi toccare da una dottoressa donna è capace di cambiare idea e intingere il dito nell'inchiostro per votarla.

"The perfect candidate" è un'opera di nicchia, tipicamente festivaliera, di quelle che per trovare distribuzione hanno bisogno di una vetrina importante e che quando si trovano nella lista dei film in gara, va detto, è spesso più per le questioni affrontate che per meriti strettamente cinematografici.