Venezia ricicla l’urlo di Pasolini sul consumismo

Ruggero Guarini

Povero Pasolini. Fino agli ultimi giorni della sua vita continuò a recitare la sua filastrocca contro il consumismo. Anche pochi giorni prima della sua tragica morte, sul set del suo ultimo film, quell’orripilante collezione di melensissime infamie che è il suo «Salò-Sade», in una lunga intervista filmata concessa al suo amico Giuseppe Bertolucci, il fratello di Bernardo, anche lui pasoliniano doc, infilò un ennesimo sermone sugli orrori del «fascismo consumista». Questo filmato non è che un fondo di magazzino. Ma l’8 settembre prossimo, verrà presentato a Venezia come il «testamento» del Profeta di Casarsa.
Al suo centro troviamo comunque un passo che è forse l’enunciazione più concisa e chiara delle idee di Pasolini su quella che gli sembrò la più terrificante catastrofe umana di tutti i tempi, ossia la «mutazione antropologica» indotta negli umani dal potere neo-capitalista. Ecco le sue parole: «Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi: 1975. È un potere che manipola i corpi in modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono un genocidio delle culture viventi».
Questa litania, com’è noto, non era nemmeno farina del suo sacco. Denunciando la trasformazione delle masse occidentali in vasti armenti di ottusi consumisti omologati dal potere, egli infatti non fece altro che riciclare, col suo indubbio talento retorico, gli avanzi di alcune vecchie zuppe apocalittiche (dal pauperismo vetero-cristiano alle imprecazioni anti-moderne di Rousseau e dai furori anti-borghesi del giovane Marx fino ai sublimi ammicchi utopici e anti-illuministici della scuola di Francoforte). Da allora, tuttavia, nel ramo «mutazioni antropologiche», si è verificato un evento che dimostra che le idee di Pasolini sull’argomento, nonché poco originali, sono anche abbastanza ridicole. Questo evento, naturalmente, è il terrorismo islamico, nelle imprese del quale oggi forse lui stesso, se fosse ancora fra noi, poiché era un po’ più intelligente dei suoi fans, non esiterebbe a scorgere dei crimini che rendono la sua rabbia anticonsumistica una passione pateticamente obsoleta.
Tutto lascia infatti supporre che un po’ più terrificanti delle mutazioni indotte negli umani dal consumismo sembrerebbero anche a lui quelle che ancora oggi, in certi splendidi avanzi del suo amatissimo terzo mondo preborghese e preindustriale, vengono inflitte abitualmente ai fanciulli. E in particolare quella super-mutazione che tanti piccoli islamici, maschietti e femminucce, subiscono allorquando, nelle loro scuolette coraniche, sotto lo sguardo amoroso dei loro virtuosi educatori, incominciano a sognare di volarsene al più presto nel paradiso di Allah facendosi saltare in aria con un bel grappolo di infedeli. Non è escluso, tuttavia, che conformemente al suo stile pedagogico, farebbe un film e scriverebbe un poemetto per dimostrare che i sogni di paradiso e di morte dei piccoli martiri di Allah, germogliando sul terreno di una civiltà squisitamente anticapitalistica, sono molto più poetici dei nostri volgarissimi miraggi consumistici.
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