Venezuela, Chavez si proclama vincitore

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

I venezuelani hanno riempito le urne e i frigoriferi. Le prime di schede, non egualmente divise fra il presidente Hugo Chavez e il suo avversario Manuel Rosales, i secondi di cibo e candele, nell’eventualità che l’esito delle elezioni presidenziali che si sono svolte ieri provochi in qualche modo disordini, colpi di Stato e scioperi. I primi risultati riflettono di più una non incondizionata fiducia che non le immediate paure. La annunciata polarizzazione degli elettori c’è stata e così la egualmente prevista maggiore mobilitazione dell’elettorato di «sinistra», favorevole a Chavez, nei confronti di quello di una opposizione politicamente indefinibile. Secondo dati di alcuni istituti di sondaggi il presidente venezuelano sarebbe ampiamente in testa con una ventina di punti di vantaggio sullo sfidante Manuel Rosales. Ma senza attendere i primi, attendibili dati, il Presidente si è già proclamato vincitore, accusando l’opposizione di non saper perdere e di lanciare vaghe accuse di brogli.
Sono sette anni che Chavez è stato eletto alla prima carica dello Stato, la rielezione, verso la quale le prime proiezioni sembrano avviarlo, gli dà mandato per altri sei, la Costituzione gli impedirebbe di continuare a candidarsi per un terzo termine e oltre. Però l’uomo è giovane (eletto la prima volta a 45 anni, ora cinquantaduenne), di non nascoste ambizioni, provvisto di demagogia al punto da giustificare la definizione, in sé impropria, che del suo stile di governo hanno dato gli oppositori più estremi: «dittatore».
Un dittatore Chavez non è perché è stato eletto, ma ha tutti i tratti dell’«uomo forte», che, particolarmente nell’America Latina, è un eufemismo per «mano di ferro» e per un potere che non si autolimita. Tali timori hanno motivato l’opposizione e indirizzato gran parte della classe media verso la candidatura di Rosales, un uomo altrimenti piuttosto scialbo e la cui piattaforma politica non si distingue poi tanto, soprattutto nel lessico, da quella di Chavez.
A un populista fortemente inclinato a sinistra si è contrapposto un altro populista che però respinge ogni commistione con l’estremismo rivoluzionario in salsa cubana con cui il presidente uscente non perde occasione per identificarsi: di qui i suoi continui riferimenti a Fidel Castro (con ingenti aiuti finanziari a Cuba) e molte espressioni di lotta di classe che hanno accompagnato non esigue politiche a favore dei moltissimi poveri del ricco Venezuela. Una «generosità» resa possibile dal prezzo del petrolio andato alle stelle, a tutto beneficio di Caracas.
Una ricchezza che pare aver dato alla testa del presidente, che si è ritrovato i mezzi per cominciare a mantenere le sue roboanti promesse. Se il petrolio fosse ancora a 15 dollari il barile praticamente nessuna delle «riforme bolivariane» di Chavez sarebbe stata possibile. La stessa cosa vale per il suo antiamericanismo sempre più acceso. Rifacendosi a Castro ma esercitando di fatto potere e leadership della sinistra neorivoluzionaria, Chavez sta riuscendo nei suoi sforzi di creare un «fronte unito contro l’imperialismo Usa».
Negli ultimi comizi Chavez aveva moltiplicato i suoi attacchi al presidente statunitense George W. Bush, anche proprio sul piano personale, di fronte a piazze plaudenti in cui sono ricomparsi anche i ritratti di Ernesto Che Guevara. Tuttavia ieri ha aperto agli Stati Uniti. «Per noi tutti Paesi meritano rispetto. Vogliamo avere - ha detto - le migliori relazioni possibili con tutti, compresi gli Usa».