Venga a vedere un film... da noi

La carriera cinematografica di Piero Chiara non fu lunghissima, ma intensa. I titoli di testa iniziano a scorrere nel settembre del 1970, quando Alberto Lattuada porta nelle sale Venga a prendere il caffè... da noi, ispirato a La spartizione, romanzo del quale il regista si era innamorato fin dal ’64; mentre l’ultimo fotogramma, prima del triste «The End», è del 1986, quando esce Una spina nel cuore, pellicola che lo stesso Lattuada «estrae» dal romanzo omonimo di cui lo scrittore di Luino, già gravemente malato e nel suo ultimo anno di vita, si era limitato a rivedere la sceneggiatura. Sedici anni in tutto: tanto durò la liaison tra Piero Chiara e il cinema. Liaison per nulla pericolosa, visto lo scarso coinvolgimento emotivo da parte dell’ex ozioso impiegato di provincia che considerava il cinematografo puro divertissement e non certo un’arte, eppure particolarmente feconda: fra soggetti per il grande e il piccolo schermo e sceneggiature di film tratti dai suoi libri, l’«uomo di lago» lavorò a una quindicina abbondante di opere. Senza contare i progetti iniziati e poi abbandonati, come la sceneggiatura (rimasta inedita) tratta da uno dei suoi racconti più belli, Viva Migliavacca!, pellicola che mai vide la luce per il sopraggiungere della malattia che colpì lo scrittore, ma forse anche per le riserve sollevate dai produttori circa l’impatto che avrebbe potuto avere sul pubblico la figura del protagonista, molto (forse troppo) simile a «Mister Ignis», alias Giovanni Borghi, il leggendario cumenda che partì dal quartiere Isola di Milano con un ferro da stiro in mano e un po’ di esperienza in tasca e che finì per creare, a Comerio, fuori Varese, un impero industriale di ghiaccio e fuoco.
Straordinario inventore di storie per la pagina scritta, Piero Chiara fu sempre diffidente verso la «narrazione» cinematografica. Considerava i film tratti dalle sue opere eccessivamente schematici, poco rispettosi della trama originale e soprattutto - in anni come i Settanta di grande successo della commedia (sexy) all’italiana - troppo inclini a scivolare sul versante licenzioso. Ciò non di meno, fin dal successo del film Venga a prendere il caffè... da noi, con un irresistibile Ugo Tognazzi nella parte del ghiottone ed erotomane Emerenziano Paronzini, e dello sceneggiato televisivo I giovedì della signora Giulia (anch’esso del 1970), il nome di Piero Chiara divenne per registi e produttori una garanzia di successo, se non di critica almeno di botteghino. Tanto da convincere, alla lunga, anche il vecchio e disilluso scrittore. «Perché cedo i diritti dei miei romanzi al cinema? - spiegò una volta in un’intervista - Perché i miei libri sono come il maiale per i contadini: non si butta via niente». E come racconta il saggio curato da Federico Roncoroni e Mauro Gervasini, non a caso intitolato Come il maiale: Piero Chiara e il cinema (Marsilio, pagg. 176, euro 18), tra gli anni Settanta e Ottanta, registi come Alberto Lattuada, Dino Risi, Marco Vicario e Paolo Nuzzi e stelle di prima grandezza come Walter Chiari, Johnny Dorelli, Ugo Tognazzi, Ornella Muti e Aldo Maccione diedero luce, voce e volto alle pagine «di provincia» dello scrittore meno provinciale del nostro Novecento: ed ecco allora Il piatto piange, che Paolo Nuzzi, storico assistente di Fellini, gira nel 1974 sul filo dell’amarcord; lo sfortunato script per Homo eroticus di Marco Vicario (che consacra il mito di Lando Buzzanca); La banca di Monate, racconto ambientato da Chiara negli anni Venti ma (purtroppo) dal regista Francesco Massaro nel secondo dopoguerra; e poi La stanza del vescovo, di Dino Risi, con uno strepitoso Ugo Tognazzi e una splendida Ornella Muti; la sceneggiatura inedita del racconto «culto», tutto olfattivo, Ti sento, Giuditta; Il cappotto di astrakan ricucito da Marco Vicario nel 1980 sulle spalle di Johnny Dorelli; lo sceneggiato Rai in due puntate de Il ritorno di Casanova che il luinese Chiara adattò dal viennese Schnitzler; la riduzione televisiva, anno di scarsa grazia 1978, del Balordo, con Tino Buazzelli, Renzo Palmer e Teo Teocoli...
Perle di letteratura trasformate a volte in gioielli di luce e altre, forse troppe, in patacche da bancarella, seppure non certo per colpa di Chiara. Il quale, del resto, sapeva che «Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo: si può sperare che il padrone lo tratti bene, non lo sforzi, lo nutra a dovere, ma poi non si può andare a vedere come sta. Il nuovo padrone lo può anche macellare».