Vent’anni senza Tognazzi, il mito che amava il rischio

«Devi intervistare Ugo Tognazzi» mi disse sorridente la direttora. «Benissimo, è un mio mito. Qual è il tema dell’intervista?» «L’editore lancia una rivista sulla terza età e lo vuole come testimonial in copertina. Ho pensato di farlo fotografare seduto in un banco di scuola, il nuovo anziano che non si rassegna alla pensione, non va ai giardinetti, ma torna a studiare… Che ne dici?» «Preferirei arruolarmi nella Legione straniera».
Era la fine degli anni Ottanta, Tognazzi recitava al teatro Manzoni di Milano l’Avaro di Molière e girava per la televisione la serie Grazie commissario, tratta dai romanzi di Renato Olivieri. Mi ricevette nella roulotte adibita a camerino. Era cortese, ma sospettoso. «Un’intervista sul tempo che passa, il rapporto fra ieri e oggi, un bilancio professionale» avevo detto genericamente a quelli della produzione. «Guarda che se gli dici che è vecchio Ugo s’incazza» mi avevano ammonito. «Ma figurati, ha sessantasei anni». «Appunto».
Così l’avevo presa alla larga. Non si stancava a fare, di seguito, teatro alla sera e cinema al mattino, gli avevo chiesto con aria innocente. «Ma no, la serie tv che sto girando è come la sgambata dei calciatori prima della partita» aveva risposto accendendosi la quinta sigaretta in cinque minuti. E l’anziano avaro che si incapriccia di una giovinetta, come lo vedeva, un po’ ridicolo, no, mi ero azzardato. «È la chiave che regge meno. Io potrei avere tranquillamente delle storie con delle ventenni, farmi una nuova vita, se ne avessi voglia» mi aveva interrotto deciso.
Certo rimpiangerà i tempi della rivista, avevo cercato di svicolare, ma lui non si era lasciato distrarre. «Per niente. La rivista era il successo più belle donne intorno, questa era la sua forza. Una situazione del genere per me esiste ancora, quindi».
Dopo una mezz’oretta eravamo ancora lì, io che giravo intorno al tema, lui che non offriva la minima sponda. La cultura, l’istruzione, il sapere… «Non sono un intellettuale, leggo i giornali. Pirandello l’ho letto solo quando ho portato in scena i Sei personaggi. Però sono curioso, mi piace interessarmi alle cose, alle persone. L’istruzione la si accresce vivendo, vivendo, badi bene».
Alla fine mi venne un’ispirazione. «Lo sa che cosa diceva Prezzolini, uno che è morto centenario?» «No». «Finché c’è sperma c’è spirito». Tognazzi si mise a ridere e poi mi disse: «Allora sono immortale. Comunque, se è questo che vuol sapere, odio invecchiare, chi dice il contrario è un gran bugiardo, nella cosiddetta terza età non ci voglio entrare né ora né mai, l’amore è spettacolo e un attore che, come me, ama molto, in realtà è sempre in scena, sempre in allenamento».
Bussarono alla porta: «Signor Tognazzi è tutto pronto per la foto». Uscimmo, facemmo qualche passo fino a dove era stato sistemato un banco di scuola. «Maestro, se si siede facciamo subito. Ho portato pure una penna» disse il malcapitato fotografo. Tognazzi lo guardò, guardò me, guardò l’uomo della produzione, guardò la penna. Poi la prese in mano, la lanciò in aria, ci voltò le spalle, rientrò nella roulotte e chiuse la porta.
Morì due anni dopo. Aveva avuto un ictus, l’avevano ricoverato, il decorso si era rivelato soddisfacente, con la traccia ancora di una lieve paresi che sembrava dovesse andare a posto, e Ugo smaniava dalla voglia di tornare a casa. Il giorno in cui sarebbe dovuto uscire, il primario pensò bene di parlargli chiaro. Caro Tognazzi, gli disse più o meno, deve curarsi, se lo metta bene in testa: resta un malato. Ha avuto molto dalla vita, soldi, fama, donne, ma si deve rassegnare, la pacchia è finita. Morì sei ore dopo, in clinica.
C’è un film di Tognazzi che non sono mai riuscito a vedere per intero, La voglia matta, e sì che è un capolavoro. Ma era così amaro il dileggio che avvolgeva l’ingegner Berlinghieri, da lui superbamente interpretato, in fregola davanti alle grazie adolescenziali di Catherine Spaak, così crudele l’atteggiamento dei coetanei di lei nel rendersi conto della cotta di lui, così pietoso il suo comportamento, un misto di spacconaggine e vigliaccheria, che assistere a quella sconfitta mi sembrava quasi commettere un tradimento. Il film è del 1962 e la prima volta che provai a vederlo fu, diciottenne, in un cinema d’essai. Uscii a venti minuti dalla fine. Tempo fa l’hanno ritrasmesso in televisione e ho spento pressappoco allo stesso istante. Il disagio che provava il ragazzo che io ero quarant’anni fa, a vedere il crollo psicologico di una persona grande, si è acuito nella sensazione che quella persona ormai potrebbe essere me stesso…
A vent’anni dalla morte, ci accorgiamo che dei colonnelli della commedia all’italiana, Tognazzi fu quello che cinematograficamente rischiò di più. La memorabile scena del ballo di tip tap su un tavolino, nei panni di un vecchio attore disposto a tutto pur di avere una parte, in Io la conoscevo bene di Pietrangeli, i film con Ferreri, dall’Ape regina a La donna scimmia, La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci, Porcile di Pasolini, il ragionier Emerenziano Paronzini di Venga a prendere il caffè da noi di Lattuada…
Il suo era un fisico normale su cui la maschera dell’attore lavorava sempre per sottrazione, mai per accumulo. Non aveva la presenza scenica di un Gassman, la simpatia di un Sordi o di un Manfredi, la bellezza di un Mastroianni, ma supppliva a tutto ciò con un’intelligenza dei gesti, un modo di muoversi, di guardare, di parlare. Era un vitalista naturale, sanguigno nei suoi piaceri, il sesso, il cibo, gli amici, eppure mai volgare, mai ostentato, mai piacione. Aveva avuto per mito Carlo Dapporto, era stato il rivale di Walter Chiari negli anni della rivista, il sodalizio televisivo con Raimondo Vianello si era rivelato formidabile grazie alla totale asimmetria della coppia…
Il suo tallone d’Achille, l’abbiamo visto all’inizio, era il tempo che passa, lo stesso che fu di Gassman, anche se in modo diverso. Più intellettuale, più colto, quest’ultimo era annientato dall’idea stessa della morte, dall’homo=humus, fama=fumus, finis=cinis con cui si conclude la nostra avventura terrena. Non ricordo più chi disse che in fondo era morto per la paura di dover morire, e aveva ragione. Ugo, invece, visse la vecchiaia come un affronto, un’offesa personale: non se ne capacitava, non ne voleva sapere. Chiuse la partita che non aveva neppure settant’anni, come ribellandosi all’idea di doverla seguire, in quelli a venire, da una panchina a bordo campo. «La cosa terribile, quando s’invecchia è che si resta giovani» diceva Oscar Wilde…