Vent'anni fa il fallito golpe militare in Urss: il racconto dell'anchorman che visse il Putsch

A vent'anni dal fallito golpe militare nell'Urss contro Gorbaciov, Leonardo Franchini ha tradotto e pubblicato a sue spese il rapporto giornalistico che Vladimir Posner, icona del giornalismo russo scrisse, vivendolo da testimone oculare 

La mattina di un lunedì di 20 anni fa, il mondo si svegliò con un golpe in Urss. Tank, reparti di fanteria motorizzata e reparti paramilitari si erano posizionati in punti strategici di Mosca. Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov e sua moglie Raissa erano stati arrestati a Foros, in Crimea, dove stavano trascorrendo le vacanze. Il golpe era stato organizzato da un gruppo di falchi del Pcus decisi a fermare il corso della Perestroika e la Glasnost di Gorbaciov, che a loro avviso avrebbe portato alla dissoluuzione dell’Urss sulla spinta dei movimenti indipendentisti che stavano formandosi nelle repubbliche dell’Unione. Ma paradossalmente furono proprio gli eventi innescati dal golpe a segnare la fine dell’Unione Sovietica.

La reazione del presidente russo Anima del colpo di Stato era il capo dei servizi segreti del Kgb, Vladimir Kryuchkov, ma del complotto facevano parte anche il vice presidente dell’Urss Gennady Yanayev, il primo ministro Valentin Pavlov, il ministro della Difesa Dmitri Yazov, il ministro degli Affari Interni Boris Pugo e il capo del Consiglio di Difesa Oleg Balaklanov. I golpisti non avevano però previsto la pronta reazione del presidente della Russia, Boris Eltsin. Arrivato alle 09.00 del mattino di quel 19 agosto davanti al parlamento russo, la Casa Bianca, Eltsin dichiarò che era in atto un colpo di stato reazionario e ordinò alle forze armate di non parteciparvi. Gli abitanti di Mosca risposero all’appello e una folla di di persone cominciò a radunarsi attorno alla Casa Bianca erigendo barricate. Il pomeriggio del 20 agosto, Kryuchkov, Yazov e Pugo ordinarono l’attacco al parlamento russo. Ma un primo gruppo di fanteria motorizzata fu bloccato dalle barricate erette in un tunnel e i reparti speciali non obbedirono agli ordini. A questo punto Yazov ordinò il ritiro delle truppe da Mosca.

Golpisti arrestati Una delegazione dei golpisti si recò a Foros per trattare con Gorbaciov, ma questi rifiutò ogni accordo. Quando tornarono tutti a Mosca in aereo, compresi Gorbaciov e la moglie, alle prime ore del 22 agosto, i golpisti vennero arrestati. Gli eventi avevano però cambiato i rapporti di forza fra Gorbaciov ed Eltsin, la cui foto in piedi su un carro armato aveva fatto il giro del mondo. Il golpe di fatto accelerò il processo di disgregazione dell’Urss, che fu ufficialmente sciolta il 26 dicembre di quello stesso anno.

Chi era Vladimir Posner A raccontare cosa accadde in quel periodo ci ha pensato Vladimir Posner, icona del giornalismo radiotelevisivo, nato nel 1934 a Parigi e trasferitosi prima a New Tork nel 1940 e poi nella zona di Berlino occupata dai sovietici fino ad arrivare nella capitale russa nel 1952. Nel 1970 Pozner far parte del Comitato di Stato dell'URSS per la TV & Radio come commentatore al Servizio del Nord America di Radio Mosca, dove ha lavorato fino al 1986. Durante questo periodo, a partire dal 1979, Pozner comincia a fare le sue apparizioni in diversi programmi televisivi, da Nightline (ABC) alla NBC, CBS, CNN, così come la CBC (Canada), il BBC, e le reti televisive in Francia e in Giappone. Apparizioni che venivano realizzate tramite collegamenti satellitari, dal momento che a Posner le autorità sovietiche avevano negato i diritti di viaggio. Con l'avvento della Perestrojka e di Glasnost, a Posner è stato permesso di viaggiare e nel 1989 si dimette per protesta dal Partito Comunista e tre anni dopo anche dal Comitato di Stato di Televisione e Radio a causa di ciò che egli considerava la censura. Proprio sul fallito golpe militare del 1991 Pozner scrisse un rapporto giornalistico sul fallito colpo di stato dell'agosto 1991, adesso tradotto e pubblicato a sue spese Leonardo Franchini.

Di seguito riportiamo alcuni stralci del testo

"I congiurati si sono riuniti sabato 17 agosto in una delle tante case sicure del KGB, a decidere gli ultimi dettagli, tra i quali a chi sarebbe toccato volare a Foros per dare la notizia a Gorbaciov. La loro scelta è stata molto interessante. Solo uno, Oleg Baklanov, della delegazione di cinque uomini arrivati a Foros domenica, dieci minuti prima delle cinque del pomeriggio, era un membro del Comitato di Emergenza. Gli altri rappresentavano delle strutture di potere diverse. Il generale Valentin Varennikov, comandante delle forze di terra sovietiche, rappresentava i militari (Yazov sarebbe stato la scelta migliore, ma probabilmente rifiutò di affrontare Gorbaciov). Il tenente generale Yuri Plekhanov, capo della Nono Direttorato del KGB, responsabile della sicurezza di tutti i funzionari governativi, compreso il Presidente, non solo rappresentava il KGB, ma aveva libero accesso all’abitazione del Presidente. Valery Boldin, capo dello staff e assistente più fidato di Gorbaciov, era lì per convincere il presidente a sostenere il golpe di stato. Se Boldin lo sosteneva, non c’era davvero altra alternativa per Gorbaciov che accettare il suo destino – quale che fosse. Infine, il Partito era rappresentato dal segretario del Comitato Centrale Shenin". 

"Camminai oltre il palazzo del Parlamento Russo, davanti al quale, un’ora più tardi, Eltsin sarebbe salito su un carro armato ed avrebbe lanciato il suo messaggio “Ai Cittadini della Russia”, chiamando la nazione a lottare, a scioperare. Compì un atto di grandezza, quando lo fece? Forse. Ma è stata in tutti i casi la migliore mossa possibile perché ha portato speranza. Ci disse che almeno ci sarebbe stata una lotta e se fossimo morti, saremmo morti stando in piedi, non in ginocchio. Parlò al nostro orgoglio ed a quelle cose che ci erano state rubate, la nostra autoconsiderazione e la nostra identità. Ho camminato. Qua e là, gente in gruppi che leggeva su volantini fotocopiati gli ukase di Boris Eltsin. Sembravano essere ovunque: sui muri, nelle stazioni della metropolitana, anche incollati sui carri armati e sulle autoblindo per le strade".

"Così, mentre gioivo pacatamente alla notizia che Gorbaciov era vivo, allo stesso tempo sentivo ribollire in me la rabbia, il desiderio di guardarlo negli occhi e chiedergli: “Hai visto cosa hai combinato?” Allo stesso tempo sentivo una grande tristezza per quest’uomo che aveva fatto tanto, che aveva cambiato il mondo, ma il cui tempo era giunto al termine. E davvero non importava che rimanesse presidente per qualche mese o per pochi anni (sebbene dubitassi molto che questo accadesse). Aveva un solo vantaggio: la sua debolezza. Non rappresentando alcuna repubblica, poteva rivolgersi a tutte senza che lo sospettassero di volerne favorire una. Quel ruolo di forza attraverso la debolezza poteva essere giocato – ma solo per breve tempo. Mentre le repubbliche aumentavano il livello della loro ribellione, mentre l’Unione Sovietica perdeva di peso – un processo che non era possibile fermare – il ruolo di Gorbaciov continuava a diminuire di importanza. In un certo senso mi ricordava Churchill, l’uomo che aveva salvato la Gran Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale ed era stato comunque buttato fuori dal suo ufficio da quella che qualcuno avrebbe potuto ritenere una nazione di ingrati. Gorbaciov aveva liberato il popolo Sovietico – ma il parallelo finiva qui, perché aveva commesso un errore grossolano, si era rifiutato di ascoltare la voce della ragione, aveva giocato alla politica ed era responsabile per quello che ora sembrava un colpo mortale per il processo che lui aveva avviato. La logica della fine di Gorbaciov era certamente tragica, ma non per questo meno logica".