Venti anni fa moriva Sandro Pertini Napolitano: "Un esempio d'integrità"

Il 24 febbraio del 1990 si spegneva Pertini, il settimo presidente della Repubblica italiana, dal 1978 al 1985

Roma - Il Presidente più amato dagli italiani. Se dovesse essere fatto un sondaggio lo vincerebbe lui, Sandro Pertini. Come nessun altro ha saputo incarnare lo spirito nazionale facendosi amare per la serietà e il rigore morale. Ma, soprattutto, per quel senso dello Stato che da lui promanava. Per ragioni anagrafiche molti non l'hanno conosciuto eppure di lui hanno sentito parlare o visto qualche vecchio filmato: uno dei più famosi, nell'immaginario collettivo, è quello in cui il presidente esulta come un ragazzino, allo stadio Bernabeu di Madrid, per la vittoria dell'Italia ai Mondiali di calcio. Re Juan Carlos lo guarda esterrefatto. Ma lui, incurante, festeggia alla grande, godendosi la grande vittoria. Ma c'è anche l'altra foto, quella in cui Pertini gioca a carte con Bearzot, sull'aereo che riporta gli azzurri in Italia: e la coppa tiene loro compagnia, sul tavolo.

Dalla 1ª Guerra mondiale alla Resistenza Nato a Stella San Giovanni (Savona) nel 1896, combattè sull'Isonzo nella Prima guerra mondiale, conquistandosi, sul campo, una medaglia d'argento al valor militare. Aderì al Partito socialista distinguendosi per la forte opposizione al fascismo, che gli costò il carcere (1925). Proseguì la sua lotta al fascismo dall'esilio, in Francia, dove si rifugiò come molti altri per evitare altre condanne. Nel 1929, però, rientrò in Italia, sotto falso nome. Ma fu di nuovo arrestato e condannato: prima al carcere, poi al confino. Dopo la caduta del regime, nel 1943, contribuì alla lotta della Resistenza e lavorò, insieme a Pietro Nenni, per la ricostruzione del Partito socialista italiano.

La lunga vita politica Sarebbe troppo lungo fare l'elenco delle sue attività politiche. Segretario del Psiup nel 1945, nelle file socialiste fu eletto all'Assemblea costituente. Nel 1947 cercò di evitare la scissione di palazzo Barberini (promossa da Saragat), tentando una difficile mediazione tra le correnti del Psi. Pur credendo nella collaborazione con il Pci, si oppose alla fusione elettorale nel Fronte popolare (1948), ma la sua linea risultò minoritaria. Nominato senatore nella prima legislatura, fu poi eletto alla Camera per sei volte consecutive, sempre nel collegio di Genova-Imperia-La Spezia e Savona. Eletto presidente della Repubblica l'8 luglio 1978, alla sedicesima votazione. A farlo salire al Quirinale fu l'intesa tra Dc, Pci e Psi, dopo che diverse candidature erano state "bruciate" per i veti contrapposti (Gonella per la Dc, Amendola per il Pci). Alla fine i comunisti accettarono di far convergere i loro voti su un socialista, purché il nome non fosse indicato dalla segreteria del Psi. E così, scartati De Martino, Nenni e Giolitti, a spuntarla fu Pertini. 

Il terremoto dell'Irpinia Molto significativo, nel settennato di Pertini, fu l'appello a "fare presto" che il presidente lanciò, dopo il terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980, per invocare la pronta risposta dei soccorsi. E pochi giorni dopo, dopo essersi recato di persona sui luoghi della tragedia, in un discorso a reti unificate denunciò l'inefficienza dello Stato.

Napolitano: integrità morale Giorgio Napolitano ha deposto una corona in Piazza di Trevi, davanti alla casa in cui abitò il suo predecessore, anche nei sette anni in cui fu inquilino del Quirinale. Il Presidente della Repubblica ha sottolineato "l'integrità morale, dirittura e coerenza personale" e soprattutto la forte affermazione "dei valori che sono alla base della nostra Costituzione, i valori fondanti della Repubblica, i valori dell'antifascismo, della libertà, della democrazia". Di questi valori, ha aggiunto Napolitano, Pertini fu "un grande assertore". Diede inoltre un "grande esempio" di moralità. Pertini, ha sottolineato Napolitano, "portò con la sua stessa personalità e iniziativa lo Stato più vicino ai cittadini".

Libertà e giustizia sociale In una celebre intervista in tv Pertini ebbe modo di spiegare, con estrema semplicità, i cardini della sua fede politica: "Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. (...) Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero".