Venti di guerra fredda da Mosca «Fuori dal trattato antinucleare»

Nonostante i tentativi di George W. Bush di smorzare i toni («il Putin che ha parlato a Monaco è lo stesso che ho conosciuto nel 2001, continuiamo a lavorare insieme») il vento di una nuova guerra fredda tra Russia e Stati Uniti torna a soffiare sempre più teso. Dopo le dure critiche di Putin sabato scorso a Monaco di Baviera all'America «che esce dalle sue frontiere in tutti i campi di modo che nessuno può più sentirsi al sicuro» e dopo la replica dello stesso presidente russo tre giorni fa («Washington gioca la carta di un'inesistente minaccia russa per fini interni»), ora tocca al capo di stato maggiore dell'esercito di Mosca Yuri Balujevskij sparare un'altra pesante bordata.
La Russia, ha avvertito ieri Balujevskij, potrebbe abbandonare unilateralmente il trattato per la riduzione delle armi nucleari a medio raggio in Europa - in sigla Inf - sottoscritto nel 1987 da Michail Gorbaciov e Ronald Reagan. La decisione dipenderà dalle prossime mosse di Washington a proposito del nuovo scudo antimissilistico che Bush vuole installare in due basi Nato in Polonia e Repubblica Ceca.
L'estendersi dell'influenza americana in quella che è stata la zona sovietica nell'Europa del dopo-Yalta è questione prioritaria per Putin, già impegnato per contrastarla in una complessa politica neoimperiale in Medio Oriente incentrata sull'arma energetica. Varsavia (da cui prendeva nome per ironia della sorte il Patto militare che faceva capo all'Unione Sovietica) è diventata un alleato di ferro di Washington: proprio ieri il premier Jaroslaw Kaczynski ha annunciato un «sì condizionato» alla richiesta americana di installare in Polonia la nuova base antimissilistica che tanto irrita Mosca. In cambio, chiederà a Bush una batteria dei nuovi missili Patriot.
Anche Praga, un tempo avamposto nell'Europa centrale dell'«impero del male» di reaganiana memoria, si è trasformata in un fedele alleato degli Stati Uniti. Il nuovo governo centrista di Mirek Topolanek sembra in grado di ottenere dal Parlamento ceco un risicato assenso all'installazione a 70 chilometri da Praga del radar americano destinato a integrare il sistema di difesa antimissilistico nell'Europa centrale.
Molto vicine a Washington sono anche le tre Repubbliche baltiche di Lituania, Lettonia ed Estonia. E si capisce: solo Washington, nel buio mezzo secolo di occupazione sovietica conclusosi nel 1991, rifiutò di riconoscere l'annessione ottenuta da Stalin con la forza e seguita da deportazioni di massa in Siberia e immigrazioni altrettanto di massa di cittadini russi in quei Paesi per diluirne il più possibile l'identità nazionale. Entrate nell'Ue e nella Nato essenzialmente per essere protette dalla Russia, ora cercano ulteriori assi: così, se Mosca e Berlino stringono un patto energetico che taglia fuori loro e la Polonia, proprio ieri il presidente polacco Lech Kaczynski si è recato a Vilnius per stringerne uno alternativo, che vedrà i quattro Paesi controllare insieme in modo paritario la nuova centrale nucleare lituana di Ignalina, pronta per il 2015.
Ogni passo che vede gli ex satelliti avvicinarsi o integrarsi nell'Occidente è vissuto a Mosca come un tradimento o una minaccia. Così è stata percepita da Putin l'entrata nella Nato e nell'Ue di Romania e Bulgaria, così il desiderio della Georgia, finora insoddisfatto, di fare altrettanto. Ma il culmine della rabbia verso Washington era già stato raggiunto quando Bush diede il suo sostegno alla «rivoluzione arancione» di Yushchenko in Ucraina: lì Putin credette di vedere la doppiezza del suo collega americano e in segreto giurò di reagire. Il resto è cronaca di oggi, e sarà Storia.