Il vento boreale sta spazzando via i libretti «etnici»

«Etnico». Aggettivo ammiccante e multiuso (e per forza di cose multietnico...) che punteggia il lessico dei «culturalmente corretti». Cioè di chi ama i ristorantini etnici, le collanine e i braccialetti etnici, i vestitini etnici, i sandaletti etnici, i soprammobili etnici. Dove «etnico» sta quasi sempre per mediorientale, o indiano, o pakistano, o iraniano, o africano in genere. In questo comune sentire di estrazione terzomondista non potevano mancare i romanzetti etnici che fino a due o tre stagioni fa andavano per la maggiore soprattutto tra le figlie e le madri della borghesia medio-alta, pronte a sdilinquirsi, durante lo shopping a quattro mani, per i cacciatori di aquiloni afghani, le detective del Botswana, i thriller ambientati a Calcutta. Etnico, insomma, ormai vale come sinonimo di esotico light: lontano sì, «ma anche» a portata di mano.
Tuttavia, se ristorantini, collanine, braccialetti, vestitini, sandaletti e soprammobili non conoscono crisi, i libriccini etnici paiono oggi in netto calo, nel listino di Piazza Affari (editoriali). Le suggestioni provenienti da Est e da Sud sono infatti attualmente investite da una sorta di Anticiclone nordico che, come quello delle Azzorre, porta un clima meno umido e meno appiccicoso. Il vento boreale sta rinforzando, e pettina in lungo e in largo un’Europa inquieta e scarmigliata alle prese con la crisi economica e con quella, ancor più grave, delle idee. Un vento energico, salutare, che viene da lontano e può risvegliare persino le italiche vele, rattrappite dal troppo navigare a vista verso l’orizzonte del perbenismo.
La cronaca ci offre su un piatto d’argento l’impulso di due potenti refoli. Giovedì scorso il premio Nobel per la Letteratura è andato a un vecchio drago svedese, il poeta Tomas Tranströmer, pressoché ignoto all’editoria provinciale e monotona. E fra due giorni si apre la Fiera del Libro di Francoforte, dove anche i nostri addetti ai lavori sono chiamati a omaggiare il Paese ospite d’onore, l’Islanda, pressoché ignota sia ai vacanzieri, sia ai lettori. La cinica obiezione dei gatti e delle volpi usi a obbedir vendendo volteggia nell’aria: «Dov’è il problema? Da che mondo è mondo a una moda se ne sostituisce un’altra. I minestroni al pesto coranico e l’orgoglio della negritudine sono in ribasso? Allora avanti con i silenzi eloquenti alla Bergman e con i paesaggi innevati che, tra l’altro, fanno risparmiare sui colori delle copertine».
Il ragionamento, pur realista e concreto, fa due grinze. Perché: 1) pescare nei mari fino ad allora inesplorati del continente nero e dei territori che furono, come i nostri e prima dei nostri, le cosiddette «culle della civiltà» mentre ora pagano il fio di un’occidentalizzazione forzata era sin troppo facile, sicuramente più facile di quanto sia attualmente separare il grano dal loglio nelle copiose produzioni scandinava o made in Benelux; e 2) queste ultime vantano un retroterra storico profondamente radicato nella modernità (vedi Strindberg, Ibsen, Hamsun, Multatuli, Claus...) che lassù continua ad alimentare per li rami gli attuali protagonisti della scena letteraria.
Insomma, certo, di moda si tratta. Però di una moda figlia o nipote dei classici, e dunque meritevole di un’attenzione non passeggera e occasionale. E pazienza se in buona parte va al traino del fenomeno Stieg Larsson, paladino del giallo-noir conservato nel ghiaccio. Come accade ovunque nel mondo, anche a quelle latitudini spetta ai romanzi «di genere» aprire la breccia nel cuore e nel portafogli del lettore. Il quale, sulla strada dove ha incontrato qualche passabile poliziesco, o thriller, o spy-story, può facilmente imbattersi in piccole perle tipo C’è silenzio lassù di Gerbrand Bakker, o Joe Speedboat di Tommy Wieringa, o La morte moderna di Carl-Henning Wijkmark, o Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? di Johan Harstad. Tutti volumi, questi, pubblicati negli ultimi anni dalla mai troppo lodata casa Iperborea di Emilia Lodigiani la quale, come la fata Titania del Sogno di una notte di mezza estate, percorre i boschi dell’editoria italiana con il suo seguito di spiritelli in forma di libri. Oppure il lettore può scoprire il talento del quarantenne tedesco Jan Costin Wagner, fattosi finlandese per amore della moglie e della scrittura e autore di Luna di ghiaccio, Il silenzio e Il terzo leone arriva d’inverno (editi da Einaudi, hanno al centro la figura di Kimmo Joentaa, detective dalla polizia di Turku), o di Karl Ove Knausgård (La mia lotta, autobiografia in sei volumi di cui Ponte alle Grazie ha da poco pubblicato la seconda parte), o dell’olandese Herman Koch (La cena e Villetta con piscina, usciti da Neri Pozza, incentrati sul sempre più difficile rapporto fra genitori e figli). O infine conoscere autentici campioni nati prima o durante la guerra ma che danno ancora battaglia ai giovani: Dag Solstad, del ’41, Torgny Lindgren, del ’38, Cees Nooteboom, del ’33 e Jorn Riel, del ’31.
Quindi, tutto sommato, fare surf sulla spinta dei venti boreali è un gioco piacevole e istruttivo. Anche se, come dire... poco o per nulla «etnico».