Il vento dell’austerity soffia sulle istituzioni ma le Regioni resistono

Antonio Belotti

Inefficienze, corruzioni, crisi di giunta a raffica convinsero una dozzina di anni fa il Parlamento a mettere mano a un’ennesima riforma degli enti locali, essenzialmente Comuni e Province. Forse la più vistosa modifica dell’ordinamento fu, oltre all’elezione diretta di sindaco e presidente di Provincia, il marcato taglio dei seggi. Nei Comuni tra i 500mila e il milione di abitanti si depennarono ben 30 poltrone su 80; in quelli tra 10mila e 30mila se ne cancellarono dieci su 30; nei Comuni più piccoli 3 seggi su 15. Insomma, una falcidia di poltrone oscillante tra il 37 e il 20 per cento. Mica poco.
Le ragioni dell’intervento furono indicate nella esigenza di ridurre le disfunzioni di consessi spesso pletorici (troppe sedute deserte per mancanza del numero legale) e consentire al tempo stesso una effettiva partecipazione all’azione amministrativa da parte dei consiglieri. Non mancarono i mugugni specie dei partitini costretti a misurarsi con quozienti elettorali automaticamente più robusti e costituenti quindi una sorta di sbarramento elettorale. Non sarete voi - fu in sostanza la risposta - ad affossare una misura moralizzatrice nei confronti di una classe politica «affamata di potere». Il linguaggio era un po’ ruvido, ma erano gli anni di «Mani pulite».
Un altro vistoso taglio di poltrone è stato prenotato dalla recente devoluzione approvata dal Parlamento: la Camera passerà nei prossimi anni da 630 a 518 seggi e il Senato da 315 a 252. Non c’è bisogno di grandi spiegazioni per chiarire l’opportunità di questa riduzione di organici. Tanto più che i circa 290 milioni di abitanti degli Stati Uniti non avvertono disagi nel farsi rappresentare da un Congresso composto complessivamente da 535 persone.
In questi tre lustri di (timido) ravvedimento operoso da parte della nostra classe politica potevano mancare all’appello le Regioni, il perno della futura e rinnovata amministrazione locale ? No di certo. Dovunque è tutto un fiorire di iniziative per adattare anche gli organici alle future esigenze di governo. Solo che qui si rema controcorrente. Tutti tagliano mentre le Regioni aggiungono (anzi, tornano ad aggiungere). E così il Piemonte si mostra deciso ad agganciare la Lombardia (9 milioni di abitanti) portando il numero dei consiglieri da 60 a 80 pur avendo la metà della popolazione. La Puglia (quattro milioni di abitanti) non ce la faceva più con i suoi 60 seggi e li ha portati a 70, come del resto il Lazio. La Toscana (3,5 milioni di abitanti) si è vista costretta a salire da 50 a 65 poltrone. Anche la Campania dà la scalata a quota 80, ciò che fatalmente indurrà la Lombardia a tutelare il suo primato con qualche ritocco all’insù.
È del tutto logico che questo aumento di organici trovi sul piano istituzionale solo controindicazioni, quelle stesse fatte valere dodici anni fa all’epoca del riordino degli enti locali e in qualche modo riproposte dalla recente riforma vagamente federale.
Qui emerge il paradosso della devoluzione bossiana: assume a perno dell’amministrazione pubblica quello che in realtà è il suo ventre molle, le Regioni, un ente intermedio scombinato e autonomo a metà, dato che non esiste piena autonomia amministrativa senza una reale autonomia impositiva.
Quella approvata dal Parlamento è dunque, almeno per quanto riguarda le Regioni, una premessa di riordino amministrativo. Solo un serio «federalismo fiscale», ammesso che si riesca davvero ad attuarlo, potrebbe cambiare le cose, dato che imporrebbe alle Regioni di raccattare nelle tasche degli amministrati i quattrini da spendere. Dilapidarli poi o dispensarli ai partiti diventerebbe molto rischioso.