Il vento del Nord minaccia il diluvio per Prodi

È stata un’altra settimana travagliata per la sinistra, e va raccontata dall’inizio. Che il dopo-elezioni sarebbe stato difficile per l’Ulivo, lo si sapeva. Ma i guai sono arrivati prima del tempo. Man mano che procedeva lo spoglio dei voti nelle diverse città e province le sedi dei partiti, Ds e Margherita più di altri, erano prese d’assedio fra telefonate, fax e messaggini nei quali sindaci mancati, e onorevoli che vedevano svanire il loro collegio facevano sentire la loro voce, che era per lo più questa: da noi è un disastro, seguivano percentuali terrificanti, qui siamo sotto di trenta punti, qui di venti, fatela finita, questo Prodi ci porta alla rovina.
Il giorno dopo era peggio, anche perché c’era chi, a Roma, azzardava che non era poi una disfatta, che sì, abbiamo perduto il Nord ma a Frosinone è andata bene. Soprattutto al Botteghino e a Largo del Nazareno, sede della Margherita, era invece aria da allarme rosso. E tutti a dire è un disastro per il governo, e bisogna salvare per quanto possibile, il Partito democratico. Faceva senso un giudizio buttato lì dal ministro Fioroni, il quale vaticinava: «Qui finisce che il 14 ottobre altro che primarie, andiamo a votare per le elezioni politiche». La ricetta proposta un po’ da tutti era semplice: separare le sorti del partito da quelle del governo, eleggere subito il segretario, limitare il potere di Prodi. In questa atmosfera piombava l’intervista dello stesso Prodi a Repubblica nella quale si sosteneva con tono irato che il governo aveva agito per il meglio; che la colpa era dei partiti e dei singoli ministri che su qualsiasi argomento avevano litigato come le famose comari sul ballatoio; che quanto al partito non può esistere un dualismo con il governo, basta nominare uno speaker, al massimo un coordinatore; e che «si fa così, se no avanti un altro», dopo di me il diluvio.
Si è arrivati così, la notte del 29 maggio, alla prima riunione del Comitato dei 45, quello che allinea ai posti d’onore Bassolino, la Iervolino e il cuoco Petrini e tiene fuori Chiamparino e tanti altri valentuomini. Una cronista, ricostruendo le vicende di quella notte, parla di un clima surreale, con l’assemblea che si azzuffa subito su chi abbia usato per primo il termine tesoretto al quale si attribuisce tanta parte delle sciagure. Si scopre che il colpevole è Padoa-Schioppa, e si passa oltre. D’Alema è assente, ma gli altri, Rutelli, Veltroni, Fassino, il capogruppo dell’Ulivo alla Camera Franceschini, e quella al Senato Finocchiaro, a sostenere, pensando a sé stessi, la elezione di un «capo vero», e Prodi a porre il suo veto. A questo punto Fassino si produce in una delle sue mediazioni più inconcludenti: il segretario sarà eletto, ma senza parlare del quando, del come, e quali saranno i suoi poteri, se no Prodi torna ad arrabbiarsi.
Il giorno dopo i giornali meglio disposti parlano di un compromesso, quelli che lo sono così così parlano di «tregua armata», gli avversari di una farsa. E a dare ragione a questi ultimi sarà Prodi il quale precisa: il presidente sono io, il 14 ottobre saranno eletti gli organi dirigenti del Pd «fra i quali il segretario o coordinatore con funzioni esecutive». Insomma, esattamente il contrario di quel che vogliono Ds e Margherita. Le cose restano ferme a questo punto, con la maggioranza a sostenere che alla fine sarà eletto un segretario vero, Prodi a sostenere che sarà un suo uomo. A calmare le acque è un po’ la stanchezza, un po’ il quadro politico, così incerto, e anzi tempestoso che è meglio affidarsi agli eventi. Può succedere tutto, col caso Visco ancora aperto, e poi il tesoretto, le pensioni, e l’arrivo di Bush con l’interrogativo se Bertinotti ove avesse a incontrarlo gli tenderà la mano o no. E qualcuno spera, in foro interno, che saranno proprio gli eventi a decidere. Sono in molti, però, fra i pochi che ci hanno creduto, a pensare che la favola bella del partito tutto nuovo è bell’e tramontata.
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