Il ventriloquo in camper che ha conquistato New York

Silvia Kramar

da New York

Ogni mattina la famiglia Nicolodi apre le tende e si siede a far colazione. Quando hanno finito, padre, madre e figlia aprono la porta, si salutano e scendono i tre gradini del camper; davanti a loro non si staglia la visione bucolica di un bosco o del mare. Il camper dei Nicolodi è parcheggiato sul cemento del Lincoln Center, nel cuore di Manhattan, tra i taxi, il traffico e la marea di folla che cammina veloce sullo stesso piazzale dove passano i cantanti lirici, i registi dell'opera e quelle migliaia di appassionati della musica classica e del balletto che ogni sera accorrono al Metropolitan.
I Nicolodi fanno parte del Big Apple circus, il circo newyorchese che in questi giorni ha innalzato il suo tendone colorato nel cuore della Upper West Side di Manhattan. Ritenuto forse il miglior circo americano, il Big Apple è interamente sponsorizzato da famiglie del calibro dei Rockefeller ed è nato unicamente a scopo di beneficenza. Innumerevoli generazioni di newyorchesi sono cresciuti sgranando gli occhi sotto questo tendone a strisce che ogni sera offre qualcosa di antico e di nuovo, raccogliendo i migliori artisti circensi di tutto il mondo. Loro, ad esempio, i Nicolodi, vengono da sette generazioni di acrobati italiani. Il capofamiglia, Willer, possiede un sorriso che ricorda quello di un Fellini che, il circo, nel suo cinema e nella sua vita privata, l'aveva sempre amato. La figlia, Sheila, porta i suoi 18 anni con la bellezza della madre, una modella svizzera incontrata nel 1979 al circo Knei, che dopo aver sposato Nicolodi si è abituata a vivere con lui nel camper, in giro per il mondo. Europa, Sud America, Asia: nei suoi viaggi Nicolodi ha raccolto abitudini e lingue. In famiglia ne parlano cinque, tutte perfettamente, e tra questi carrozzoni del Big Apple comunicano con tutti gli altri artisti.
«È un ambiente bellissimo», sorride Nicolodi che incontriamo nel grande camerino del circo; alle sue spalle c'è il guardaroba degli artisti, le giacche dei giocolieri e i pantaloni dei clown, tutti fatti su misura da una piccola sartoria italiana, accanto a stivali, ghette e le scarpe rosse di strass della “nonna”, il clown protagonista di questo bellissimo spettacolo intitolato, appunto, «Grandma goes to Hollywood».
Nicolodi da qualche anno ha lasciato il trapezio per diventare uno dei migliori ventriloquisti del mondo. «Gli americani hanno un grande rispetto per lo show business e noi artisti circensi veniamo trattati con profonda ammirazione. Questo è un circo con la C maiuscola». La scuola per i figli degli artisti, ad esempio, è la stessa che aiuta i figli delle star, sul set dei film di Hollywood: non a caso almeno un figlio d'arte del Big Apple oggi studia ad Harvard.
Diventa triste, Nicolodi, quando invece ammette che la vecchia tradizione del circo, in Italia, lascia a desiderare. Sembra voler lanciare un appello appassionato a un mondo che, da noi, sta attraversando una grave crisi di talento. «In Italia molte compagnie hanno messo in piedi un circo perché vi erano sovvenzioni da parte del governo. Ma il rispetto per gli artisti, quello oramai si è perso».
La sua famiglia aveva lavorato per il circo Medrano per sette generazioni, prima che sua madre andasse in pensione a Rimini. «In Italia noi del circo siamo veramente considerati l'ultimo carrozzone dello spettacolo. Ed è anche colpa nostra. Non siamo mai riusciti a farci rispettare. In Svizzera, in Germania è molto diverso. Da noi si sarebbe dovuto inserire il circo nel patrimonio culturale e invece è rimasto a livello di uno spettacolo per bambini. Ma i piccoli si divertono a vedere i clown e gli animali, mentre noi artisti ci spezziamo la schiena lassù, sul trapezio, a fare il triplo salto mortale o a fare i funamboli, faticando per tutta una vita nel cercare la perfezione. Meritiamo qualcosa di più di un semplice: “Ah, arriva il circo. Ma io non ci vado, è roba per bambini”»
Scuote la testa: «In Italia vi sono trecento circhi. Ma la maggior parte non è certamente al livello del Togni o dell'Orfei. Eppure abbiamo una grande tradizione, portata avanti ad esempio dalla scuola di Verona. Ma noi artisti siamo più apprezzati all'estero, per questo spesso ce ne andiamo e non torniamo più».
Willer Nicolodi era nato in Spagna, a Valladolid; sua figlia è nata a Parigi e anche lei ha sempre vissuto in giro per il mondo adorando la magia del tendone e le luci dello spettacolo. Però, in fondo, a Nicolodi sarebbe piaciuto che Sheila trovasse un altro mestiere: «Quando vivi nel circo ad ogni spettacolo t'inventi una famiglia, t'innamori, ti abitui a una routine. E quando la tournée finisce devi dare l'addio a tutti, forse l'arrivederci e staccarti da molti affetti profondi». Eppure Sheila già a 16 anni gli aveva chiesto di insegnarle l'arte di famiglia e adesso, a 18, ha debuttato col Big Apple Circus come ballerina verticalista.