Venus Express, la sonda riciclata che spia la sorella della Terra

Fatta con pezzi recuperati da altre missioni, domani sarà in orbita intorno al nostro pianeta gemello dopo un viaggio di 400 milioni di chilometri. L’obbiettivo: studiare le conseguenze letali dell’effetto serra

Dopo 400 milioni di chilometri di viaggio, alle 9.45 di domani la sonda europea «Venus Express» raggiungerà la sua meta, Venere. Partita dal cosmodromo di Baikonur in Kazakhistan il 9 novembre scorso, la sonda europea deve ora affrontare il momento più delicato della sua missione: la complessa serie di manovre che dovrà farla decelerare del 15% rispetto all'attuale velocità di 29.000 km all'ora, per consentirle l'inserimento in orbita. È una fase critica della missione, dato che delle 22 sonde inviate su Venere in 39 anni, quasi tutte hanno fallito la missione proprio per la difficoltà dell'inserimento nell'orbita del pianeta.
Venere viene spesso definito «gemello» della Terra: dimensioni e composizione sono infatti praticamente uguali. Eppure non si possono immaginare due mondi più diversi. Molto più vicino al Sole del nostro pianeta, con un'atmosfera composta al 96,5% di biossido di carbonio e una temperatura media di 464°, Venere sembra progettato su misura per illustrare le conseguenze letali dell'«effetto serra». È un pianeta assolutamente inospitale, con una pressione atmosferica di 92 volte superiore a quella terrestre. Gli affascinanti venusiani della fantascienza storica sono morti da tempo, sin dalle prime foto giunte dalla superficie del pianeta. Non c'è vita, su Venere, né mai ci potrà essere, su un mondo le cui nubi sono composte di acido solforico.
Di fronte a questo autentico mostro planetario, che un tempo veniva definito «il pianeta dell'amore», la sonda «Venus Express» fa tenerezza. Basti dire che è stata assemblata utilizzando i pezzi di riserva rimasti dalle due precedenti missioni «Mars Express» e «Rosetta». È, insomma, essenzialmente un prodotto di recupero. E anche il suo aspetto è tutt'altro che impressionante: uno scatolotto cubico che con le due ali dei pannelli solari, l'antenna parabolica sul muso e le strisce fatte dagli inserti di materiali diversi sul «corpo», dà l'impressione di un modesto calabrone cosmico. Ma in quel coso sgraziato e dall'aspetto ridicolo è concentrata tutta la tecnologia e il progresso scientifico del presente.
C'è stato un tempo, a cavallo degli anni '60, in cui noi terrestri ci siamo sentiti incredibilmente giovani, incredibilmente forti. Abbiamo scelto i frutti più maturi della nostra tecnologia e li abbiamo lanciati in giro per l'universo, proprio come un ragazzino tira sassi sulla superficie di un lago per vedere quanto lontano può arrivare. La Luna, Venere, Marte: fino ai pianeti più remoti del Sistema Solare. Sembrava che i giorni dell'esplorazione spaziale non dovessero mai finire. Poi la grande avventura tecnologica ha rallentato, e gli stati sovrani hanno perso interesse per questo genere di imprese. Il viaggio di 400 milioni di chilometri della sonda nello spazio interplanetario si è svolto nel silenzio e nell'indifferenza generale. In un mondo preso da conflitti e crisi grandi e piccole, non è rimasto molto spazio, agli stati nazionali, per i sogni spaziali. Gli Stati Uniti e la Russia sono presi da tutt'altri problemi. È giunto il momento per l'entrata in scena di altri attori, nel teatro spaziale: Cina, Giappone, Europa. «Venus Express» è stata realizzata per l'ESA da un team industriale europeo composto da 25 costruttori provenienti da 14 diverse nazioni, e anche questo è un segno dei tempi che cambiano.
Gli strumenti a bordo di «Venus Express», parte dei quali sono stati realizzati in Italia, ci forniranno una massa imponente di nuovi dati sul nostro «pianeta gemello». Ma la cosa straordinaria è forse proprio che la sonda sia partita da un pianeta diviso, lacerato da conflitti, in preda a una paralizzante paura del futuro. «Venus Express» è un segnale di speranza, una luce accesa alla finestra nel cuore della notte. Ognuno di noi dovrebbe trovare un momento per alzare gli occhi al cielo e dire «l'ho fatto anch'io». Ora che il viaggio di sei mesi nel buio e nel gelo interplanetario è terminato, è tempo di puntare i riflettori sul nostro eroe di latta, di augurargli buona fortuna, incrociando le dita mentre scende nel pozzo gravitazionale di Venere portando dentro di sé una parte di noi, la parte migliore di tutti noi.