La vera anomalia è la sinistra giustizialista

Francesco Damato

Il direttore di Repubblica - non quella di Platone ma quella più prosaica di Eugenio Scalfari - sembra non darsi pace per «l’anomalia della destra italiana» guidata da Silvio Berlusconi, dimenticando peraltro che la destra è solo una parte della coalizione al governo. Di destra è solo Alleanza nazionale, non certamente Forza Italia, il partito che, fondato da Berlusconi, ha significativamente raccolto la maggior parte dell’elettorato che votava una volta per forze di centro come la Dc e il Pli o di sinistra come il Psi e il Psdi.
Di destra non possono essere definiti o considerati neppure l’Udc di Pierferdinando Casini e Marco Follini, il nuovo Psi di Gianni De Michelis, o quel che ne rimarrebbe se Bobo Craxi dovesse veramente cambiare campo in autunno, e neppure il Pri di Giorgio La Malfa. Né può essere definita di destra la Lega di Umberto Bossi, indicata una volta non da Berlusconi ma da Massimo D’Alema come «una costola della sinistra». Né potrà definirsi di destra il nuovo soggetto politico in costruzione tra Forza Italia, Udc e An e che il presidente della Camera vorrebbe chiamare partito dei moderati. Dove non a caso la componente di An che più resiste ad entrare è quella più orgogliosamente legata all’identità e alla tradizione della vecchia destra missina.
Nel momento in cui per comodità polemica semplifica rozzamente la rappresentazione dello schieramento politico che combatte, il direttore di Repubblica perde il diritto di contestare a Berlusconi, come ha invece fatto spesso, di definire sinistra tout court, e per giunta comunista, tutto il fronte avversario, ignorandone le articolazioni. Mettiamola comunque per una volta come vorrebbe Ezio Mauro, e come l’ha messa replicando lunedì scorso alla cortese e argomentata lettera con la quale Berlusconi aveva osato difendersi anche dall’accusa sostanzialmente rivoltagli di essersi subdolamente infilato negli affari dell’editore di Repubblica diventandone per alcuni giorni socio in un fondo di salvataggio e risanamento di medie aziende in crisi: il tempo necessario perché Carlo De Benedetti, strattonato da amici e dipendenti, si pentisse dell’accordo e tornasse indietro, non senza avere però guadagnato qualcosa acquistando e vendendo azioni della società tra l’annuncio dell’entrata e quello dell’estromissione dell’ingombrante Cavaliere.
Chiamiamo anche noi «destra» lo schieramento guidato da Berlusconi. Ma di converso definiamo «sinistra» lo schieramento opposto, quello che con un ossimoro Romano Prodi chiama Unione, dove si mescolano come in una maionese Clemente Mastella e Fausto Bertinotti, Francesco Rutelli e Armando Cossutta, Enrico Boselli e Antonio Di Pietro, Piero Fassino e Paolo Cento.
Ammesso e non concesso che la «destra» berlusconiana sia «anomala» per via del suo preteso «populismo», «conflitto d’interessi», «monopolio televisivo» e «leggi ad personam», come ha scritto il direttore di Repubblica, mi chiedo come debba essere definita una sinistra che ha cercato e cerca tuttora di arrivare al potere per via giudiziaria. Essa vi sarebbe riuscita se Berlusconi non avesse deciso di contrastarla senza lasciarsi intimidire da certe Procure e dai loro gazzettieri e ambasciatori, che ancora non gli perdonano, fra l’altro, di avere già sottratto il Paese negli anni Ottanta all’asfissiante monopolio - quello sì - della televisione di Stato, rigorosamente presidiata dai pretori. Una simile sinistra non è solo anomala. È indecente.