Una vera barzelletta: piacerà al Vaticano?

Non si discute la divisione tra Stato e Chiesa, così come non si discute la possibilità che quest’ultima indichi ai suoi fedeli quali siano le strade da seguire. Ma è impensabile che nella formulazione delle leggi un governo non riconosca il fondamento culturale su cui poggiano sia le sue basi sia quelle dell’elettorato che lo ha prescelto. È del tutto evidente che la legge 40 è di ispirazione cattolica non perché è stata formulata in ossequio alle direttive del Vaticano, ma perché coloro che hanno lavorato a quella legge possiedono una ferma convinzione su ciò che è vita che non può ammettere la fecondazione eterologa.
Un legislatore non può contravvenire a ciò che gli suggerisce la sua coscienza: un principio elementare di onestà intellettuale che orienta anche la posizione politica. Su questioni delicate come quelle dell’ingegneria genetica non si può legiferare senza tener conto della propria fede, cultura, sentimenti. Così abbiamo una legge che rifiuta un radicale laicismo e si fa sensibile a una visione cattolica del mondo.
Il presidente del governo che ha promulgato quella legge è proprio quell’impertinente che racconta barzellette blasfeme, che viene processato per aver offeso i sentimenti religiosi del popolo italiano. Non una barzelletta questa volta, ma un mio indovinello: il sentimento cattolico viene più tutelato da una barzelletta «pulita», senza bestemmie, o da una legge? Insomma qual è il Berlusconi che conta per un cattolico? Quello che si prende le ramanzine per una barzelletta o quello che firma la legge 40? Perché sarà pur vero che in questo Paese di ipocriti fa scandalo una barzelletta rubata al premier, ma agli stessi benpensanti dovrebbe sorgere un buon pensiero, e cioè che l’unico a tutelare i sentimenti dei cattolici dall’offensiva laicista è proprio quel premier.
Basta guardarsi in giro. Si afferma che non è più tempo di un partito dei cattolici, anche se talvolta si assiste ad ambiziosi propositi di riunire la diaspora. L’Udc conta poco in termini numerici. La cultura di destra che difendeva valori tradizionali è sparita, o quasi, dalla scena politica. Fini aveva incominciato i suoi distinguo dalla linea del Pdl professando un laicismo assoluto sui temi della fecondazione assistita e, più in generale, dell’ingegneria genetica. Nel Pd i cattolici sembrano quattro margherite cresciute per caso in un prato di papaveri rossi. Dispersi e separati, i cattolici non hanno voce in capitolo se non appartengono al Pdl.
Le stesse gerarchie ecclesiastiche se ne dovrebbero fare una ragione, dopo tante bacchettate al premier. E una ragione se ne dovrebbe fare quella parte politica che vorrebbe mandare a casa Berlusconi: nel Paese c’è una maggioranza cattolica che rispedirebbe al mittente, cioè a palazzo Chigi, il Berlusconi medesimo. È vero che i tempi sono cambiati, che le ideologie sono finite, che un partito unico dei cattolici non ha più senso: ma se un cittadino qualsiasi volesse dare il suo mandato politico a qualcuno perché banalmente desidera che nel suo Paese certi principi, certi valori, certi sentimenti cattolici non siano calpestati e non siano messi sullo stesso piano di quelli dei musulmani, questo qualcuno chi sarà? Fioroni, Rosy Bindi o Berlusconi? Forse anche questo è un indovinello troppo difficile da risolvere.