La vera cronaca sull’Eroe dei Due Mondi

Caro e stimatissimo Dottor Granzotto, spero stia di buon umore ed in grande spolvero, ché ho trovato qualcosa di interessante sul Nostro Eroe. Leggendo un bel pezzo di Ruggero Guarini sui neo-borbonici, ho appreso che in un articolo apparso sulla gazzetta «Piemonte» del 1860, così s’apostrafavano le imprese del Mitico. «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sinora così strane che i suoi ammiratori hanno potuto chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo sconfigge eserciti, piglia d’assalto città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e sez’armi: altro che veni, vidi, vici! Non havvi Cesare che tenga a petto di Garibaldi. I miracoli non li ha fatti lui ma il generale Nunziante e li altri ufficiali dell’esercito che, con infinito onore dell’armata napoletana, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico; i miracoli li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il Re che gliela aveva date poche ore prima; li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appiè del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi. Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell’universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di sua maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani». Non trova questo sarcastico pezzo sensazionale? Silverio Marchetti e-mail


Grazie, caro Marchetti. Io non mi perdo un rigo di quanto scrive Ruggero Guarini, ma può darsi che qualche lettore sia meno assiduo e non sarebbe giusto privarlo di questa interessante testimonianza sabauda sull’Eroe dei Due Mondi, diconsi due. Sento che ci siamo, che è giunto il tempo di riscrivere l’epopea risorgimentale alla luce della storia e non del mito. L’Italia è fatta, gli italiani non so, ma dicono di sì e dunque non c’è più bisogno di contar balle: tanto indietro non si torna. I Mille. «Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto». Questo il giudizio - espresso a Torino il 5 dicembre del 1861 - di don Peppino sui suoi Mille. Calatafimi. «Qui si fa l’Italia o si muore». Ma va. Le Camicie rosse si ritrovarono in un cul de sac, assalite dai Cacciatori del maggiore Sforza. Bixio, a Garibaldi: «Generale, ritiriamoci». E Garibaldi: «Ritirarci? Dove?». Calatafimi non si tradusse nella Waterloo garibaldina perché il borbonico generale Landi diede a Sforza l’ordine di ritirarsi. Pare assodato che l’incommensurabile fellone avesse ricevuto dal cassiere dei Mille, Ippolito Nievo, un pagherò di 14mila ducati. Quando a cose fatte (ovvero a Regno delle due Sicilie annesso) si recò in banca per riscuoterlo, il cassiere gli fece notare che tre zeri erano stati malamente aggiunti e che dunque il credito risultava di 14 ducati. E a Landi prese un coccolone, restandoci secco. E Palermo? Anche lì Garibaldi stava per essere sbaragliato, ma al momento di sferrare il colpo di grazia, giunse al von Meckel l’ordine di mollare tutto e imbarcarsi col resto delle forze borboniche, 24mila uomini. «Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’aimma’i accussì?», eccellenza, lo vedete quanti siamo: e ce ne dobbiamo andare così?, sbottò un caporale dell’8° di linea sfilando innanzi a Lanza. E Lanza: «Va via, ubriaco». Storia patria, caro Marchetti, storia patria (e di Bronte parleremo un altro giorno).