"La vera destra ora sono io. Posso arrivare al 5 per cento"

Storace attacca Fini: "Punta al Ppe ma la sua strategia è dettata soltanto da ambizioni personali"

Roma - Il suo primo giorno di trepidazione e passione dopo «il grande strappo» da An lo passa in Senato: esterna fra una votazione e l’altra, rilascia interviste a raffica, aspira due sigarette nella sala del fumo, getta un occhio al sito («Oh, diecimila mail ho ricevuto!»), un altro al cellulare che - bip-bip-bip - distilla sms come un defibrillatore. Stamattina alle 7 è in diretta tv a Canale Italia, dalle 9 alle 10 a Radio24. Praticamente un carro armato.
Quando iniziamo l’intervista Francesco Storace mi mostra lo schermetto del telefonino con un ghigno dei suoi: «Qui siamo a quota trecentocinquanta sms!». In una calda giornata di estate romana tutti in An si chiedono: perché proprio ora? E lui, imperturbabile: «Perché l’avevo annunciato in una intervista a Panorama. Se entro la fine di giugno non vedo un segnale di democrazia interna me ne vado. È brutto essere coerente? Voglio una forza che incarni le idee della destra».
Scusi ma c’è spazio per un partito a destra di An?
«Non vorrei fare battute: viste le posizioni attuali, a destra di An c’è già l’Udc...».
L’ha fatta, la battutaccia.
«È una constatazione».
C’è già il simbolo, con la fiaccola del vecchio Fronte della gioventù...
«Bello vero? L’ha ideato Antonio, un camerata della Sardegna».
Azione giovani protesterà.
«Ah, ah, ah... Già depositato al ministero».
Perché nel simbolo il tricolore è asimmetrico?
«Perché lei, come gli altri, si faccia questa domanda».
La verità è che nessuno capisce perché esca proprio ora.
«Non mi credono? Pazienza. Dicevano che facevo il gioco delle parti con Fini!».
L’ho scritto pure io, se è per questo.
«Posso perdonare».
... lei ai tempi del «male assoluto» tirò la fune senza strappare, oggi pare che si scinda... «a freddo».
«No, ci sono state decine di gocce che hanno fatto traboccare il vaso: voto agli immigrati, Corano nelle scuole, procreazione assistita...».
Però lei non era uscito.
«Ho provato a dare battaglia: ma qui non è che mancano le regole... Manca proprio il campo di gioco!».
Qual è il motivo principale per cui lei se ne va?
«Ormai si sa che Fini punta al Ppe, e che la sua strategia politica è dettata da ambizioni puramente personali».
Non è un crimine per un leader.
«Per carità, un leader deve avere ambizioni personali. Ma non solo quelle».
E chi garantisce che anche lei non faccia questa scelta per ambizione?
«Guardi, ho fatto una valutazione probabilistica: con questa legge elettorale per me è più facile restar fuori che dentro. Ho parlato con mia moglie, abbiamo persino valutato l’ipotesi di restare senza stipendio. Crede che questi calcoli non si facciano?».
Affatto.
«Il 90 per cento dei dirigenti di An è d’accordo con me ma non vuole rischi. In politica nessuno rischia più!».
Però essere leader di un partito tutto proprio...
«Primo: se restavo in An un posto da senatore a vita ce l’avevo senza nomine presidenziali...».
Secondo?
«Non sarà un partito tutto mio, ma un percorso aperto a tutti. Terzo: ci crede se le dico che ieri - tornavo da una vacanza a Capo D’Orlando con figli e moglie - è stato il giorno più lungo e difficile della mia vita?».
Dicono: a Berlusconi non dispiace un partito che allarga lo spettro della coalizione.
«Cosa mi ha detto Berlusconi, se vuole, lo chieda a lui. Però è vero che l’ho chiamato e l’ho informato».
Lo spazio elettorale c’è?
«I sondaggi di Crespi ipotizzano che sia del 5%».
A lei basta il 2 per superare lo sbarramento...
«Mi basta che le idee della destra siano rappresentate».
Cosa c’è che le rende così indigesta l’adesione al Ppe?
«Vorrei ribaltare la domanda: cosa ci dà, oltre che un buon salotto, il Ppe? Capisco che sia utile per un disegno personale di Fini, ma...».
Ricorda il tempo in cui eravate «oppositori ma amici».
«In politica le amicizie non esistono».
Era una citazione sua...
«Sì? Possibile. Ma la vita ci cambia».
Riesce a definirlo in 5 parole, il suo partito?
«Cattolico, solidale, europeo, occidentale, cristiano».
Fa rima con «ratzingeriano».
«Magari. Se lei va in un bar e trova due persone che discutono, può scommettere che discutono delle idee di Ratzinger, e non quelle dei politici».