La vera diserzione

«Diserzione». Pier Ferdinando Casini ha usato una parola forte per dire che l’opposizione non può dire no al disegno di legge sulle missioni militari. Diserzione però ha un preciso significato, può essere l’abbandono non autorizzato del reparto militare cui si appartiene o la metafora dell’abbandono di una causa o di un partito. La questione politica aperta nel centrodestra sulla missione in Afghanistan e il voto del Parlamento sul suo finanziamento però si svolgono in uno scenario diverso dalle premesse da cui partono i centristi dell’Udc.
Cosa si vota. Il lettore in questi giorni sente parlare solo di Afghanistan, in realtà il disegno di legge all’esame del Senato è piuttosto robusto e complesso (23 pagine in totale), è il frutto di un compromesso al ribasso all’interno dell’Unione. Per l’opposizione votarlo significa condividerlo ma per condividerlo occorre aver contribuito alla sua stesura, cosa che non è avvenuta e, date le condizioni, difficilmente potrà avvenire. Gli emendamenti presentati dal centrodestra infatti cambierebbero la natura del fragile accordo siglato dall’Unione. Il ddl vale oltre un miliardo di euro, la parte più importante della spesa riguarda la missione Unifil in Libano (oltre 386 milioni) e la missione Isaf in Afghanistan (oltre 310 milioni). Seguono poi altre missioni, come Active Endeavour nel Mediterraneo (8 milioni), le missioni nei Balcani (altri 8 milioni), l’operazione Althea in Bosnia-Erzegovina (30 milioni), la presenza militare a Hebron e Rafah (circa 3 milioni), la cooperazione con le forze di polizia albanesi (quasi 8 milioni). All’interno del provvedimento trovano posto una serie di «perle» che spiegano il condizionamento imposto dall’ala estrema dello schieramento: si stanziano 500mila euro per la fantomatica Conferenza Internazionale di pace sull’Afghanistan; si testimonia il nostro passaggio (e soprattutto la fuga) dall’Irak con appena 30 milioni di euro di aiuti; si specifica che entro il 30 giugno 2007 i ministri degli Esteri e della Difesa riferiscono alle commissioni parlamentari sull’andamento delle missioni (il monitoraggio caro alla sinistra radicale). Chiunque abbia la pazienza di leggere il disegno di legge, non troverà una riga sul contesto politico, le regole di ingaggio, il teatro operativo, gli obiettivi e i rischi. Cioè tutto quello che conta davvero per decidere se votare o bocciare il testo della maggioranza.
Perché si vota. L’opposizione deve valutare se c’è la continuità con la politica estera del precedente governo, dopo aver analizzato il quadro politico e le condizioni strategiche nelle quali operano le truppe italiane in Afghanistan. Questa continuità non c’è né sul piano politico né su quello strategico. Il rifiuto di impiegare pienamente i nostri soldati (senza le pesanti limitazioni imposte all’uso della forza) nell’operazione Isaf e lo scambio di prigionieri talebani per la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo ha aggravato la crisi nei rapporti con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e ora perfino l’Olanda. Dal punto di vista militare, inoltre, pesano due fattori: il disimpegno italiano in coincidenza con l’offensiva di primavera dei talebani e la trasformazione (dopo il caso Mastrogiacomo) dei nostri soldati come preda e preziosa merce di scambio per la guerriglia. Perché se solo l’Italia tratta e accetta lo scambio di terroristi, è chiaro che gli italiani diventano ostaggi ideali.
Sono questi i gravi motivi che sembrano indurre Forza Italia, An e Lega a non concedere al governo il semaforo verde. Motivi che al partito di Casini non sembrano sufficienti.
Come si vota. L’Udc è pronta a votare il disegno di legge così com’è in cambio dell’approvazione di un ordine del giorno. Il problema è che gli ordini del giorno sono come le promesse dei marinai alle fidanzate: restano una promessa. Agitare lo spettro del rientro con ignominia delle nostre truppe, inoltre, è una bugia. I militari impiegati all’estero non rientrano a casa perché un decreto di rifinanziamento non viene convertito in legge. Serve l’input politico del governo, l’ordine del Presidente del Consiglio e del ministro della Difesa. Alla prova della giurisprudenza, l’affondamento del decreto non si trasforma affatto in una Caporetto dalla quale il Parlamento non esce. Tra i centristi c’è chi agita lo spettro del divieto di reiterazione del decreto, ma in realtà si tratta di un ostacolo che in questo caso è aggirabile. Come spiega il professor Giovanni Pitruzzella - docente di diritto costituzionale all’università di Palermo, autore per Laterza del volume «Forme di governo e trasformazioni della politica» - «la Corte costituzionale dice che c’è un divieto di reiterazione, ma con la sentenza numero 360 del 17 ottobre 1996 spiega che “la reiterazione è vietata salvo che ci siano nuovi e autonomi motivi di necessità e urgenza”». Motivi che sulla missione in Afghanistan, per i fatti che abbiamo esposto, esistono e in caso di bocciatura sarebbero addirittura plateali. Il governo Prodi cade su Kabul? Perfino un esecutivo dimissionario potrebbe proporre un decreto legge, corretto e rivisto alla luce del nuovo scenario. Un provvedimento che metta nero su bianco, per esempio, la possibilità per le nostre truppe di passare dalla difesa passiva alla difesa attiva.
È per queste ragioni che la posizione dell’Udc appare debole politicamente. A meno che Casini non attribuisca alla parola diserzione un altro significato: l’abbandono del proprio reparto per passare al nemico.
Mario Sechi