LA VERA DIVERSITÀ DELLA SINISTRA

Quando insiste sulla sua «diversità» la sinistra non ha torto. I fatti sono dalla sua parte. Non mi riferisco, sia chiaro, a una diversità (e superiorità) morale che è stata a lungo rivendicata, che con qualche imbarazzo viene da alcuni rivendicata ancora, ma che ha fatto la stessa fine dell’ideologia cui si collegava, il comunismo. È un cumulo di macerie. Mi riferisco invece ad una disparità eloquente - e un po’ inquietante - nelle reazioni che certi fatti suscitano secondo che siano addebitabili allo schieramento prodiano o allo schieramento berlusconiano.
Poiché al secondo schieramento il Giornale viene - non senza motivo - apparentato, è stata scatenata una offensiva denigratoria di straordinaria violenza quando su queste colonne sono stati pubblicati stralci delle famose intercettazioni includenti i calorosi complimenti, incitamenti e suggerimenti di Fassino a Consorte per la conquista della Banca nazionale del lavoro. Al Giornale è stata mossa l’accusa d’avere violato la legge, d’avere ignorato la privacy, d’avere calunniato con meschini pettegolezzi un personaggio specchiato, Piero Fassino. Allo stesso modo, s’è spiegato, il non compianto dottor Goebbels infieriva con la calunnia suoi suoi avversari, prima d’avviarli, se erano a portata di manette, verso i campi di sterminio.
La predica era insieme violenta e pretestuosa: perché veniva da pulpiti che avevano acclamato gli annunci irrituali a più colonne, sul maggiore quotidiano italiano, di avvisi di garanzia o inviti a comparire riguardanti il Cavaliere. La mia opinione - espressa a più riprese - è che la stampa assolva un suo diritto e un suo dovere se, avendo notizie in esclusiva, le divulga: ferme restando le responsabilità di chi - magistrato o funzionario - alla stampa le ha passate. Ma capisco il garantismo onesto di chi non ammette queste trasgressioni - nemmeno quando abbiano un evidente interesse pubblico - nel nome di sacri principi. Senonché nelle cattedrali progressiste i riti del garantismo puro e duro vengono celebrati solo se il maligno ha le sembianze di Silvio Berlusconi.
Lo si è potuto constatare anche nell’ultimissima fase dell’«affaire» Unipol: il quale sta diventando di estremo interesse non solo per i commentatori politici ma anche per gli esperti di gastronomia. È tutto un incrociarsi di prime colazioni, seconde colazioni, cene tra potenti, nel continente o in Sardegna, con menu rustico o con la grande cuisine. Dopo ciò che è stato rivelato dalle intercettazioni su Unipol, e dopo le informazioni di Berlusconi in Procura sugli incontri tra il presidente delle Generali Antoine Bernheim e i leader diessini, sono affiorate a valanga indiscrezioni di segno opposto: ossia su incontri del Cavaliere con Fiorani e con Gnutti. Derivavano, queste indiscrezioni, da documenti divulgati ufficialmente? Nemmeno per sogno. Derivavano da violazioni del segreto istruttorio.
Ma non ho colto soprassalti d’indignazione nella sempre indignata Unità. Che anzi era contentona, e si è diffusa in un lungo servizio - dal titolo «Anche il Foglio tra gli amici degli amici?» - su un fido della Banca popolare italiana al quotidiano di Giuliano Ferrara, nella persona della sua rappresentante legale Veronica Lario. Che è moglie del Cavaliere. Da vergognarsi.
Nessuno è esente da colpe, nella baraonda affaristica, politica, mediatica e giudiziaria cui stiamo assistendo. Personalmente sono del parere che la visita nel Palazzaccio romano Berlusconi dovesse evitarla. Ma certi atteggiamenti da verginella oltraggiata l’opposizione potrebbe risparmiarseli. Sono grotteschi in una sinistra che infanga senza requie il Presidente del Consiglio, che disprezza come appartenenti a una umanità deteriore gli elettori di centrodestra, che demonizza i mezzi d’informazione non allineati, che alza la voce unicamente per «gli amici degli amici». I suoi.