LA VERA GENOVA E LA SUA CARICATURA

In questi giorni, a partire dalla pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche, sul Secolo XIX si è aperto un interessante dibattito sulla decadenza di Genova. Un dibattito che, in qualche modo, forse con qualche sfumatura più apocalittica, ricalca quello che avevate lanciato proprio voi su queste pagine e in cui discutevamo se fosse giusto scappare da Genova oppure fermarsi, resistere e migliorarla.
Dato che non sono di quelli con la puzza sotto il naso che non citano gli altri giornali e dato che sono presuntuoso, ma non al punto di non riconoscere l’importanza e il primato storico del Secolo a Genova, anche se spesso e volentieri non ne condivido alcuni articoli, entro volentieri nel dibattito. A piedi uniti, senza bussare. Partendo da una premessa metodologica: capisco la ratio di chi ha deciso diversamente, ma anche se le avessi avute, non avrei mai pubblicato le intercettazioni. Soprattutto non avrei pubblicato quelle senza diretta rilevanza penale. Credo che la decadenza - italiana, non genovese - si legga anche nella sistematica pubblicazione di intercettazioni, divenute ormai la fonte principale delle indagini. E sono contrario alla proposta del sindacato ligure dei giornalisti di pubblicare tutti gli atti che riguardano i cronisti. Non perchè noi abbiamo nulla da temere, anzi, ma perchè occorre ribellarsi al continuo spostamento in avanti dei paletti della privacy e della libertà.
Ma, sfumature stilistiche a parte, spiego perchè sono in radicale disaccordo con il direttore del Secolo Lanfranco Vaccari sulla sua analisi della decadenza di Genova. Vaccari, per chi non lo conosce, è una specie di orso Yoghi del giornalismo, burbero, con quella barba, quel vocione e quel fisico imponente. Però, dietro al suo essere burbero, c’è anche un certo fascino intellettuale e il merito indubbio di aver reso più equilibrato politicamente il Secolo. Poi, ribadisco che alcune scelte di quel giornale non mi piacciono e, soprattutto, personalmente mi fanno orrore il giustizialismo ed il laicismo, così come non gradisco una certa tendenza a dire «avevamo ragione» persino le volte in cui il torto è chiaro. Ma cosa c’è di più liberale del dare la parola a tutti? Cosa c’è di più onesto di ospitare una rettifica? Cosa c’è di più giornalistico di dire «ho sbagliato» quando si sbaglia? Io la penso così. Ma, per l’appunto, è una questione di gusti. Fonzie in Happy Days ad esempio diceva «Ho sb..., ho sb...», ma non riusciva mai a finire la frase.
Così come è una questione di gusti, i miei, avere orrore di un certo centrodestra - fortunatamente a Genova sempre più minoritario e ai margini - che applaude il giustizialismo quando ad essere attaccati sono «i loro» o «i nostri» ma di un altra corrente e diventa garantista quando ad essere sotto tiro sono «i nostri». La giustizia è una cosa troppo seria per giocarci o per farne una questione di bandiere o di tifoserie. «I loro» ragionano così? Un motivo di più per fare diversamente. Del resto, se il centrodestra vince è anche perchè ha metabolizzato questi fondamentali, questo abc del liberalismo.
Ecco, io penso che possiamo opporci alla decadenza di Genova, tutti insieme, anche combattendo contro (...)