La vera Italia dei valori

Perché sull’indulto si è acceso uno scontro così aspro? La risposta sta nel modo in cui si sono combinati o si sono contrapposti tre fattori. Il primo è la maggioranza dei parlamentari di destra, di centro e di sinistra che ha ritenuto opportuno un atto umanitario di clemenza per affrontare, sia pure in maniera preliminare, la situazione emergenziale del sistema carcerario e di quello giudiziario. Il secondo riguarda la pubblica opinione che è perplessa di fronte agli atti in favore di quanti hanno commesso crimini, piccoli o grandi, da colletti bianchi o da sottoproletariato. Ma il terzo elemento che ha aggravato la situazione è stata la demagogia dei giustizialisti di professione - Tonino Di Pietro - che hanno sfruttato i più che naturali dubbi della popolazione sollecitandone l’attrazione per le manette a uso e consumo di partito.
Non è la prima volta che si strumentalizzano i risentimenti, lo ripeto giustificati e legittimi, dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Chi non ricorda tangentopoli e l’intervento devastante degli inquirenti di Mani pulite? Non è un caso che l’ex-pm ed ex funzionario di polizia, divenuto ora capo di un’Italia di non si sa quali valori, sia lo stesso protagonista a distanza di quindici anni delle due vicende riguardanti la galera. Al di là della coincidenza tra il Di Pietro di allora e il Di Pietro ministro ridicolmente autosospesosi di oggi, non è un caso che siano i magistrati d’ogni colore, ad esempio Gerardo D’Ambrosio dei Ds e Alfredo Mantovano di An, che vogliono rafforzare il potere della magistratura a scapito delle più generali ragioni politiche del Parlamento.
Certo non si può ignorare che l’indulto (che riduce le pene detentive di tre anni ma non fa uscire i serial killer come erroneamente è stato detto) può produrre inconvenienti, così come non sono da buttar via le argomentate opinioni di chi lo considera troppo stretto o troppo largo. Ma il vero discrimine su cui si deve giudicare la nuova legge è però tra chi la vede come un intervento di clemenza che prelude una politica volta a riformare secondo le regole della civiltà, dei diritti dell’individuo e della sicurezza sociale i sistemi giudiziario e penitenziario, e chi invece la considera fine a se stesso.
Senza cedere agli allarmismi, non si può ignorare che per l’indulto si sono pronunciati le quattro forze politiche maggiori, Ds e Forza Italia, Margherita e Udc, e autorevoli avvocati come Pecorella e Biondi di Forza Italia, Brutti e Calvi dei Ds e il relatore Buemi della Rosa nel pugno. E non è pensabile che con la clemenza abbiano voluto fare un salto nel buio anche quegli operatori penitenziari – agenti, infermieri, educatori, psicologi – a cui è affidata la responsabilità della rieducazione del condannato prevista dal dettato costituzionale.
Il sofferto provvedimento divenuto legge al Senato con una larga maggioranza deve però essere considerato un punto di partenza e non di arrivo. Solo così si onora Giovanni Paolo II che quattro anni fa sollecitò un Parlamento plaudente in ogni settore, si dà un seguito alla marcia di Natale per l’amnistia a cui parteciparono autorevoli personalità tra cui il senatore Giorgio Napolitano e, più importante, si interrompe l’egemonia giustizialista che per 16 anni ha impedito i provvedimenti di clemenza avendo portato a due terzi il quorum necessario per l’approvazione.
La migliore risposta che le forze del diritto, della sicurezza e della libertà possono dare ai giustizialisti di ogni colore, ai giacobini di sinistra e ai forcaioli di destra che vogliono strumentalizzare per i loro partiti i sentimenti di tanta gente è che il Parlamento non si fermi al primo passo. Sarebbe, questo sì, un inganno per tutti.
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