La vera lezione dei "servi" di destra

Servi di Berlusconi. Eccola lì, la definizione all inclusive per indicare chi scrive sul Giornale, su Libero o per chi lavora in Mediaset o in Rai in area Pdl. La sento ogni giorno in tv, la leggo tra le righe di molti giornali, la ritrovo nei blog, a volte perfino in piazza e per strada e la sento risuonare nel miserabile teatrino della politica. Ah, con quale disprezzo appellano Il Giornale dei Berlusconi. Non vi dico poi di Belpietro e Sallusti per via della loro visibilità quotidiana in video. Ci sarà magari un legame tra questo disprezzo e l’attentato fallito a Belpietro, ma non voglio qui stabilire il nesso tra infamia e terrore, disprezzo e violenza. Vorrei affrontare il tormentone della servitù, che continua imperterrito anche quando Berlusconi critica i giornali amici e Feltri risponde in modo assai poco servile che quella è la porta e appena l’editore lo chiede, è pronto a infilarla. Per quel che mi riguarda, benché il più lontano possibile dal video o da incarichi redazionali, trovo traccia ogni giorno, a partire dai blog, di insulti del genere. Potrei dire che la cosa non mi tocca, che parlano gli scritti, la biografia, le scelte, ma direi una bugia: invece mi dà fastidio, anzi doppio fastidio, perché mi offende sul piano personale e perché offende la verità.
Ci sono servi di Berlusconi in giro? Ma certamente, figuriamoci. Un potente in un Paese come il nostro, abituato da secoli alla servitù e alla piaggeria, pensate che non abbia servitori? Se ci sono servi di piccoli satrapi e leaderini di latta, figuriamoci se non ci sono servi o adulatori di Re Silvio. Ho imparato a distinguere i servi attraverso tre test psicoattitudinali. Il primo è la sequenza causa-effetto. Se un giornalista ha modificato le sue convinzioni seguendo Berlusconi, ha molte probabilità di essere un servo. Se invece aveva quelle convinzioni prima che ci fosse Berlusconi, assai meno. Esempio: Feltri, e con lui Belpietro e altri, assumono posizioni di centro-destra già con l'Indipendente, prima che Berlusconi scendesse in politica (potrei dire anche di me, che fondai nel ’92 l’Italia settimanale e che sono di destra da quando sono mancino, cioè da sempre). I servi seguono il padrone, mica lo precedono nelle scelte. Dunque, non hanno quelle opinioni perché scrivono sul Giornale, ma il contrario: scrivono sul Giornale perché hanno quelle opinioni. La controprova è che con opinioni così non ti prendono mica negli altri grandi giornali italiani, tantomeno ti offrono direzioni o ruoli di punta; non puoi mica esprimere altrove, nella stampa «libera», quel che pensi, se pensi che Berlusconi sia preferibile a Fini, Casini o alla sinistra.
Il secondo test è vedere se mutano opinione col mutare degli interessi del presunto padrone. Valutate voi se e chi lo ha fatto. Prescindo da me, mi sarebbe troppo facile dimostrare le tante volte che esco dai cori, incluso quello minore, berlusconiano. Mi limito a fare un paio di esempi. Tutto potete pensare, cari lettori, del caso Boffo meno una cosa: che sia stato utile al Capo e voluto da lui. Non mi pare affatto che abbia tratto giovamento politico. E le inchieste su Fini hanno giovato al premier in misura almeno pari alle volte in cui gli hanno nuociuto o creato problemi. Se ho ben capito Feltri, il suo interesse primario, non negoziabile, come si dice oggi, è avere successo con i giornali, vendere di più, accrescere i lettori, sanando i bilanci. D’altra parte uno come noi che fa la professione vanitosa di firmare, tiene prima di tutto al suo buon nome, e trattandosi di gente ormai avanti negli anni e benestante, non ha certo bisogno di qualcuno che gli dia la paghetta e il mangime. Se sentite i politici parlare in privato di costoro dicono: «è incontrollabile», o come disse di me un comiziante subacqueo ponendo un veto, «è ingestibile». Giusto, ingestibile; si gestiscono le rivendite di sali e tabacchi, mica le idee delle persone libere e pensanti.
Ma il terzo e più efficace test per misurare la servitù è il seguente: provate a immaginare cosa resta di quel vero o presunto servitore senza il suo padrone o senza l’incarico che ricopre. Se resta poco o niente, vale poco o niente. Se restano i suoi scritti, le sue idee, la sua credibilità, i suoi lettori, allora è difficile che sia un servo. In questo periodo vedo tante arroganti nullità che troneggiano in video e sui giornali solo a titolo di concessionari del loro capo. Se gli togli quella qualifica sono zero. Beh, mi pare che la definizione di servo si addica a loro. Non sono invece dell’idea di ricambiare la rozzezza e chiamare servi quelli che non la pensano come me. Potete avere il peggior giudizio di Santoro o Travaglio, di Scalfari o Eco, ma non chiamateli servi perché non lo sono. Immaginate se un giornalista di destra diventasse come accadde a Gad Lerner direttore del Tg1 con il governo di centrosinistra e pure portavoce del premier: sarebbe subito bollato come servo. Lerner ha le sue convinzioni che non condivido per niente, ma non era certo un servo.
Insomma occorre ripristinare un galateo della stampa e la civiltà del rispetto reciproco. Durante il primo conflitto nelle pause della guerra, i soldati in trincea si scambiavano perfino le sigarette e si parlavano tra loro, salvo poi riprendere a spararsi. Accadde per esempio a Junger e a Drieu La Rochelle che militavano su opposte trincee. Se accadeva in guerra, a maggior ragione dovrebbe accadere in tempo di pace e democrazia (anche se mi riferiscono che un leader avrebbe detto: «Io sarò politicamente morto ma mi porterò nella tomba Berlusconi»).
Nella nostra stampa, più che il servilismo o il presunto bavaglio, il vero male è il conformismo del politicamente corretto, l’allinearsi alla casta, alla cosca, alla setta. E lì, vi assicuro, i berlusconiani non sono coro ma minoranza ed esprimono, pensate, una cultura di opposizione anche se hanno dalla loro parte il premier e forse la maggioranza degli italiani.