LA VERA LIBERALIZZAZIONE

Quello che è successo è molto semplice. Ridurre le tasse è la liberalizzazione più efficace che un governo possa mettere in atto. E i frutti iniziano a vedersi. Con l’ultimo modulo della riforma fiscale, il passato esecutivo ha restituito ai cittadini contribuenti 6,5 miliardi di euro, riducendo loro le aliquote fiscali. E questi dopo un anno glieli hanno restituiti con gli interessi. Il fabbisogno dello Stato nei primi sei mesi del 2006 (che è pari alle entrate meno le spese) nonostante le riduzioni fiscali berlusconiane è migliore rispetto a quello dell'anno scorso. L’atavica fame di quattrini dello Stato è quest’anno inferiore di 15mila miliardi. Meno si tassa e più lo Stato incassa: la contraddizione è solo apparente. Le imposte sono calcolate come percentuale del reddito. Ebbene più è alta questa percentuale di tassazione (le aliquote) è più si è disincentivati a lavorare o produrre e più è conveniente evadere o eludere. Un’economia meno tartassata e intermediata dallo Stato centrale produce di più, rende più ricca e gustosa la torta.
Berlusconi in questo senso non ha inventato nulla: ha applicato in Italia ricette liberali che già avevano funzionato nelle economie anglosassoni. La riduzione delle aliquote fiscali e la conseguente sottrazione di risorse dalla gestione del Tesoro pubblico, insomma la liberalizzazione fiscale, non è nel Dna del nostro sistema politico. La riduzione delle aliquote alimenta timori sulla tenuta dei conti pubblici. Ecco da dove nasce l’ipotesi di un drammatico buco nei conti, che non c’è. Non già dalla verifica dei numeri, al contrario favorevoli, ma dalla furia ideologica per la quale la riduzione della presa del fisco sia comunque dannosa. Spiace che anche la sinistra più illuminata che accetta di immettere più concorrenza per temprare l’economia (dunque più licenze per i taxi, meno rigidità nelle tariffe, più libertà nei commerci di cose e servizi) si ostini a non capire la portata rivoluzionaria di una generalizzata e diffusa riduzione fiscale.
Meno fisco, grazie ai meccanismi di incentivo che alimentano il fare degli uomini economici, non solo equivale a maggiore libertà, ma anche a più ricchezza.
Eppure i tecnici deputati a scrivere e attuare le ricette per alimentare un futuro di crescita economica, non sono a riusciti a guardare oltre al loro naso: ai numeri che avevano sotto gli occhi e che già dicevano che non c’erano buchi e che le ricette di liberalizzazione economica stavano dispiegando i loro benefici effetti.
I dati sui conti pubblici forniti ieri dicono che l’avanzo (spese meno entrate senza considerare le uscite per il pagamento degli interessi sul debito) solo nel mese di giugno è stato di 12 miliardi di euro (8 in più rispetto all’anno scorso) e il fabbisogno in sei mesi è a quota 35 miliardi rispetto ai 50 del 2005. I numeri di cassa dicono dunque che un buco non c’è. Peraltro certificati dalla irrisoria manovra sui conti predisposta dal Tesoro per il 2006. Ciò non toglie che molto si debba ancora fare. Sulle professioni ci si augura che il governo continui sulla strada tracciata. Pensioni, sanità, apparato pubblico e imprese assistite valgono ben più di tassisti e liberi professionisti nello sbloccare questo Paese. Che, non dimentichiamocelo, per una partita dei Mondiali cancella 75 voli.