La vera Liberazione? Stare con l’Occidente

Il 25 aprile non sarà mai del tutto una festa condivisa, e non per ragioni di antifascismo o di anticomunismo ma perché è una festa delle istituzioni piuttosto che del popolo. Il popolo italiano ha vissuto due guerre tra il ’40 e il ’45: quella del fascismo e quella dell’antifascismo. Il fascismo non era nato dalla volontà popolare, fu un colpo di Stato della monarchia contro il Parlamento che aveva votato un governo democratico, da cui era venuta la richiesta dello stato di assedio per impedire la marcia su Roma, organizzata come forma di apparenza rivoluzionaria dalle camice nere. C’era una forte componente autoritaria nello Stato risorgimentale, che si era imposto con la forza in tanta parte del Paese. Ma il popolo accettò la decisione del re; ed esso fu coinvolto in una grande avventura di guerra. Dalla Libia, con la repressione di Graziani, all’Etiopia, alla Spagna, alla Seconda guerra mondiale. Questa guerra, voluta dal fascismo, fu però una guerra combattuta dal popolo, in cui le forze armate italiane espressero la loro fiducia non in un regime ma la fedeltà allo Stato, sentito, oltre la sua struttura istituzionale come la nazione e la patria, come forma politica di tutto il popolo. Poi ci fu l’8 settembre in cui lo Stato abbandonò il popolo e la guerra fu combattuta sul territorio nazionale. Il corpo della nazione bombardato, occupato, violato. Nel Nord nacque un altro Stato, la Repubblica sociale di Mussolini, imposta dagli occupanti tedeschi. Lo Stato italiano era caduto nella vergogna ed aveva costruito per il popolo un calvario di sofferenza e di vergogna.
Il 25 aprile è certamente un fatto popolare. È l’insurrezione contraria alla marcia su Roma. Però vi fu il rischio che la leadership politica comunista, che risultò dominante nella cultura politica effettiva della Resistenza, offrisse un’altra volta all’Italia uno Stato autoritario: e le violenze sui vinti sono divenute oggi memoria pubblica.
Per questo il 25 aprile, che pure è un evento glorioso perché ha mostrato la differenza tra il popolo e lo Stato autoritario, non è semplicemente una memoria condivisa, anche se è una memoria accettata. Il vero protagonista che vince la battaglia è il popolo che ha sofferto la guerra voluta dal fascismo e ha dato il suo consenso alla vittoria dell’antifascismo. Ma la sua unità è nata dalla grande sofferenza delle due guerre combattute, una militarmente sconfitta, l’altra vinta con la vittoria degli altri. Il 25 aprile indica per il popolo la tragedia di uno Stato imposto con la violenza eppure accettato: e rovesciato da una insurrezione da cui il protagonismo del popolo era affidato al linguaggio di una parte, quella comunista.
Perciò crediamo che la nascita della democrazia in Italia non debba essere celebrata il 25 aprile ma il 18 aprile in ricordo del ’48: il giorno in cui il popolo italiano scelse la democrazia, rifiutando sia la memoria fascista che l’antifascismo comunista.
Il 18 aprile del ’48 il popolo italiano si inventò la Democrazia cristiana. Si scoprì la tradizione democratica che era nella sua storia, riconobbe il ruolo che la Chiesa cattolica aveva avuto nella sua identità, scelse la libertà, la democrazia e l’Occidente.
Quel popolo a cui il Risorgimento aveva dato una nazione ma non la libertà, divenne, attraverso il calvario delle guerre combattute, vinte e perdute, il protagonista della sua storia. Da protagonista sofferente e passivo delle avventure dello Stato, divenne protagonista in proprio. Questo è il popolo che ha scelto la democrazia come forma della sua esistenza, divenuta così naturale come l’aria che respira: ed è stato capace di lottare per la libertà anche quando la Democrazia cristiana, che ne era stato lo strumento, è finita.
Celebriamo in questa data non soltanto la lotta partigiana. Onoriamo il calvario di un popolo che ha subito lo Stato e infine è riuscito a diventare protagonista della sua vita. Forse il silenzio sarebbe più propizio per onorare tutte le vittime, militari e civili, di questa lunga storia, ma è giusto comprendere il fatto che, attraverso di essa, le masse passive sono divenute soggetto politico. La democrazia è la via dell’Italia nel nuovo millennio.
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