La vera «Odissea» nello spazio prima di Kubrick

Il viaggio di Ulisse letto come ascesa e discesa astrale in un saggio di Gioachino Chiarini

C’è una trama cosmologica sottesa al racconto dell’Odissea? Il viaggio di Ulisse, archetipo di tutti i racconti della letteratura occidentale, può essere letto secondo uno schema di ascesa e discesa astrale? Ed è possibile ritrovare la stessa simbologia planetaria nel racconto dell’Eneide virgiliana? Se a porre tali questioni fosse, come avviene di solito, un astrologo della domenica o qualche dilettante appassionato di «misteri» del mondo antico verrebbe subito voglia di voltare pagina. Ma se è un filologo di professione, uno studioso rigoroso e accademicamente riconosciuto, che conosce tutte le pieghe e le sfumature dei testi di cui parla, il discorso cambia. Ha dunque il sapore di una rivelazione il libro di Gioachino Chiarini, docente all’Università di Siena, I cieli del mito. Letteratura e cosmo da Omero a Ovidio (Diabasis, pagg. 352, euro 22). La mappa del cosmo, i punti cardinali, le rivoluzioni degli astri, le sfere dei pianeti sono lo sfondo su cui Chiarini proietta i grandi classici della letteratura antica. Svelando, nell’Odissea come nelle Metamorfosi di Ovidio, un reticolo nascosto di allusioni astrologiche e cosmologiche. È una maniera totalmente nuova di avvicinarsi ai poemi del mondo greco e latino. Ma, come nota Chiarini, è un approccio consueto ai testi delle letterature mediorientali, babilonesi o egizie. Solo un pregiudizio classicistico, sostiene l’autore, ha finora impedito di cercare anche in Omero ciò che troviamo normalmente in una saga mesopotamica. L’idea che la cultura greca fosse nata, come Atena dalla testa di Zeus, già corazzata nell’armatura di un pensiero razionalistico. E che, pur avendo avuto scambi così fitti e frequenti con le civiltà medio-orientali, non ne abbia derivato anche una certa attitudine all’uso delle simbologie astrali. Insomma: se, come tutti ormai riconoscono, Omero deve molto all’epica mesopotamica negli schemi e nei temi narrativi, perché non dovrebbe essere possibile trovare nella poesia omerica anche quella corrispondenza tra avventure eroiche e rivoluzioni della volta celeste che caratterizza spesso l’Oriente? Chiarini lancia il sasso e non ritira la mano: le 350 pagine del suo libro accumulano indizi per una lettura cosmologica delle letterature greche e latine. Che il mondo eroico dei greci (e dei latini) abbia un suo rapporto con la dimensione astrale è difficilmente discutibile. Il fenomeno dei «catasterismi», ovvero la trasformazione delle figure eroiche in stelle, sta lì a dimostrarlo. Le stelle più note hanno alle spalle un mito greco: Andromeda, Cassiopea, Orione, le Pleiadi. Anche la danza era, per gli antichi, nata come imitazione del movimento degli astri. Ma Chiarini va oltre e indica una serie di corrispondenze fra la struttura stessa dei testi e la mappa del cielo. Così il viaggio di Ulisse descriverebbe un percorso di ascesa e discesa planetaria articolato in quindici momenti, quante sono le tappe dell’Odissea, da Troia a Itaca: i sette pianeti, visitati due volte, sono simbolizzati da altrettanti luoghi, mentre il punto mediano del viaggio è l’Oltretomba, in cui Odisseo discende per avere notizie sul suo futuro. La stessa struttura «a quindici» Chiarini la ritrova nel viaggio di Enea. Mentre i sette pianeti tradizionali (Saturno, Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio, Luna) sarebbero rappresentati da Eschilo, in una tragedia del 467 a.C., nelle figure dei sette eroi che assediano la città greca di Tebe: ogni eroe (Capaneo, Tideo, Anfiarao ecc.) avrebbe dunque il suo «doppio» astrale. Del resto, Tebe, patria di Edipo e di Dioniso, era nota come «la città dalle sette porte». E già da tempo si è voluto riconoscere in questa caratteristica un tratto orientale (Tebe, del resto, secondo gli antichi, era stata fondata dai Fenici): si pensi, per esempio, allo ziggurat del santuario di Marduk a Babilonia che, come scrive Erodoto, era composto di sette gradoni ciascuno consacrato a un pianeta. Impossibile riferire tutte le argomentazioni che sorreggono queste tesi. Tesi spesso già sostenute dai commentatori antichi, ma svalutate perché ritenute frutto di una tardiva tendenza allegorizzante. Come nel caso dell’antro delle Ninfe presso cui Odisseo approda ritornando a Itaca: il neoplatonico Porfirio lo aveva interpretato come un’immagine del cosmo. Forse, insomma, quasi tre millenni prima di Stanley Kubrick, già l’Odissea di Omero era una Odissea nello spazio.