La vera partita adesso si gioca a Montecitorio

Paolo Armaroli

Sul tema della riforma elettorale i rappresentanti della maggioranza hanno tenuto finora tutta una serie d'incontri che non sono approdati a nulla. E la colpa, si capisce, non può essere messa sul gobbo del solito destino cinico e baro. Se finora non si è fatto altro che pestare acqua nel mortaio è perché si brancola ancora del buio. Sono tante le ipotesi di riforma che circolano a piede libero. Ma non c'è alcuna certezza, visto e considerato che l'Udc non si è ancora fatta parte diligente. È arcinoto che il partito di Follini non ama più di tanto il «Mattarellum», ossia il vigente sistema elettorale che prevede un 75 per cento di maggioritario a collegio uninominale a un turno, come in Inghilterra, e un 25 per cento di proporzionale. E reclama più proporzionale. Ma finora non si è presa il disturbo di dire di più e il perché. E dovremo attendere ancora qualche giorno per conoscere la sua precisa proposta.
In attesa del momento della verità, nessuno degli alleati della Casa delle libertà oppone un no pregiudiziale. Non solo perché riconoscono che quella coalizione messa insieme quasi per miracolo da Berlusconi nel 1994 può tornare a vincere le elezioni solo a condizione che resti unita. Ma anche perché in caso contrario assisteremmo con ogni probabilità a una scomposizione e ricomposizione del sistema partitico che manderebbero a gambe all'aria il bipolarismo e con esso l'alternanza al potere tra due blocchi contrapposti. Stanno dunque alla finestra Forza Italia, An e Lega. E si pronunceranno solo quando l'Udc si sarà schiarita le idee. Il che finora non è avvenuto. Se è vero com'è vero che l'esperto di Follini, Stefano Graziano, invitato da An a decidersi a decidere, se l'è cavata con questa freddura: «Gli amici di An conoscono bene la proposta dell'Udc. In Parlamento sono depositate diverse proposte di legge che vanno tutte nella direzione di aumentare la quota proporzionale». Esperto, supponiamo, di Pirandello. Perché pure lui manda in scena una commedia dal titolo «Uno, nessuno e centomila».
Entro martedì, tuttavia, dovrebbero diradarsi le nebbie. Infatti la commissione Affari costituzionali di Montecitorio ha deciso di riaprire i termini per la presentazione degli emendamenti. E finalmente sapremo come la pensa nel dettaglio l'Udc, visto e considerato che soprattutto su un tema delicato come la riforma elettorale le tecnicalità hanno la loro brava importanza. Comunque sia, sarà una partita da giocare fino all'ultimo minuto. Finora era stata proprio l'Udc a prendersela comoda in commissione. Adesso è l'opposizione a puntare i piedi. Gli interventi del diessino Leoni, del verde Boato e del margheritino Bressa in effetti non promettono nulla di buono. La loro tesi è che, una volta riaperti i termini per la presentazione degli emendamenti, la commissione non potrà sbrigarsela in quattro e quattr'otto. Dovrà invece dedicare al tema un numero congruo di sedute. Con il risultato che il provvedimento non potrà essere discusso in aula già dal 26 settembre. Come previsto dal calendario dei lavori.
Insomma l'opposizione si accinge a fare un ostruzionismo in piena regola. Alla Camera per le leggi elettorali è possibile il contingentamento dei tempi di discussione non già dal primo calendario, come avviene per la maggior parte dei provvedimenti, ma solo nel secondo calendario. Ciò significa che se la discussione della riforma elettorale inizierà il 26 settembre, come previsto, essa sarà votata entro ottobre. Ma se l'inizio della discussione slittasse a ottobre, non potrebbe essere votata che a novembre. E, per di più, a scrutinio segreto. Il tempo stringe. Tanto più che nel frattempo dovrà essere approvata la legge finanziaria. Perciò il Senato avrà ben poco tempo per dire la sua. Un nulla di fatto, quindi, va messo nel conto.
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