La vera proposta del cardinale: servono regole per il "fine vita"

La posizione del presidente della Cei fraintesa anche da ambienti cattolici: non c’è alcuna apertura al testamento biologico

Roma - Certe reazioni e prese di distanza, il cardinale Angelo Bagnasco proprio non se le aspettava: dopo le parole dedicate nella prolusione di lunedì scorso al caso di Eluana Englaro e alla possibilità di una legge condivisa «sul fine vita» (volutamente non ha mai usato le parole «testamento biologico), il presidente dei vescovi italiani ha ricevuto apprezzamenti da sinistra e bacchettate da alcuni ambienti cattolici, oltre che dal Foglio diretto da Giuliano Ferrara. Il comitato «Verità e Vita» ha letto nelle parole del cardinale «una legittimazione morale del testamento biologico», altri una resa alla «cultura postmoderna». Insomma un cambiamento epocale, salutato con grande enfasi (e qualche fraintendimento) da chi si batte per il testamento biologico; con rabbia e dolore da chi è stato in prima linea nelle recenti battaglie sulla bioetica e teme l’apertura di incontrollabili falle nella diga della difesa della vita dal concepimento alla fine naturale.

Che cosa ha detto realmente Bagnasco? È davvero cambiata la posizione della Chiesa? O, più semplicemente, è cambiata la realtà di fatto? Bagnasco ha innanzitutto ricordato che ci sono duemila casi come quello di Eluana Englaro in Italia, sottointendendo che è sbagliato affrontare il problema sulla scorta dell’emotività di una singola situazione. Ha poi riconosciuto che esiste una «nuova situazione venutasi a determinare in seguito a pronunciamenti giurisprudenziali che avevano inopinatamente aperto la strada all’interruzione legalizzata del nutrimento vitale, condannando in pratica queste persone a morte certa». Non si può infatti ignorare che una sentenza della Corte di Cassazione e poi un provvedimento della Corte d’Appello di Milano hanno dato il via libera per staccare il sondino attraverso il quale Eluana è alimentata e idratata, dunque tenuta in vita. Il tutto sulla base di una volontà che la ragazza avrebbe espresso prima dell’incidente.

È questa novità assoluta e, dal punto di vista della Cei, inquietante, che ha provocato la presa di posizione del presidente dei vescovi italiani. Il quale ha spiegato che «si è imposta così una riflessione nuova da parte del Parlamento nazionale, sollecitato a varare, si spera col concorso più ampio, una legge sul fine vita - questa l'attesa -, riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita», ribadendo allo stesso tempo «tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato, e sul rapporto fiduciario tra lo stesso e il medico». Idratazione e alimentazione, ha spiegato Bagnasco, in quanto «trattamenti di sostegno vitale», non possono entrare a far parte di queste «dichiarazioni».

La Chiesa non ha cambiato posizione, ha piuttosto preso atto del cambiamento avvenuto e, di fronte alla concreta possibilità che a duemila cittadini italiani, sulla base del precedente giuridico del caso Englaro, possano venire tolti cibo e acqua, ha invocato una legge quadro nazionale, condivisa. Una legge che per la Cei rappresenterebbe il male minore, rispetto a quanto si profila dopo il pronunciamento della Cassazione. In fondo, era avvenuto così anche per la legge sulla fecondazione assistita, quando un gruppo trasversale ai partiti e agli schieramenti, aveva votato le norme oggi in vigore, che gli italiani, non recandosi alle urne in occasione del referendum del 2005, hanno deciso di conservare. La Chiesa auspica che si ricrei quella maggioranza trasversale, e che ad ampi settori dell’attuale maggioranza di governo si uniscano esponenti dell’opposizione, non solo di matrice cattolica.

La legge sul testamento biologico e le parole di Bagnasco saranno discusse oggi dal comitato «Scienza e Vita», il coordinamento nato in occasione del referendum del 2005.