La vera Resistenza è quella alla chiarezza

Caro Granzotto, vorrei intervenire sul pandemonio che in seno alla sinistra ha provocato la nomina, da parte del Consiglio comunale democraticamente eletto, di due esponenti della destra all'Istituto per la Resistenza di Verona. In città l'indignazione è alle stelle. Due «fascisti» nel sacrario della guerra partigiana! È uno scandalo! Ma allora io mi chiedo: e la riconciliazione, e il dialogo? Evidentemente sono solo parole e quando si dovrebbe passare ai fatti la sinistra mostra il suo vero volto, quello della discordia e del monologo. Mi dica lei se ho torto a pensarla così.


Della Resistenza, delle sue bubbole e della sua vulgata, la sinistra pretende naturalmente la privativa. Senza quella, Nicola Tranfaglia (uno storico, un cattedratico al quale ora, a fine carriera accademica, si intende attribuire il titolo di professore emerito, mica bruscolini) non potrebbe seguitare a scrivere che la scelta del Consiglio comunale veronese manifesta «l'esplicita volontà di seppellire il passato che è stato all'origine della sconfitta del fascismo». Perché che sia stata la Resistenza a fare cadere il fascismo è una incommensurabile balla. Balla che da oltre mezzo secolo e grazie alla privativa della quale abbiamo accennato, la sinistra spaccia per verità storica. Tacciando di fascista-revisionista-provocatore chiunque osasse confutarla. Ma contro i Tranfaglia lavora il pantoron cronos di Sofocle, il «tempo che tutto vede», l'«occhio che investiga tutto». E che smaschera gli inganni.
Scriveva sconsolato Tranfaglia, citando Pier Paolo Pasolini, che l'Italia «rimuove il suo passato prossimo» e che «ne tiene solo i ricordi che potrebbero farle comodo». È esattamente ciò che fanno gli Istituti per la Resistenza. Quindi ben vengano i due esponenti della destra nel direttivo di quello di Verona: un po' di «dialogo», un po' di «confronto», un po' di «fare chiarezza» non potrà che giovare a un areopago sclerotizzato nella difesa dei dogmi imposti da una storiografia militante e settaria. Restituendo alla Resistenza il suo vero volto, che non fu solo «rosso», come si insiste nel voler far credere. Che non fu «guerra di liberazione» ma, per larga parte, guerra civile. Che non «liberò» l'Italia dalla presenza nazista, perché a quello ci pensarono gli Alleati. Che ebbe certo i suoi meriti e i suoi eroismi, ma anche - e questo vale per la parte «rossa» - le sue colpe e le sue nefandezze. «Tra la verità e la rivoluzione scelgo la rivoluzione», proclamò, in Parlamento, Giancarlo Pajetta. A questo modo di far politica (e di riscrivere la storia) è ora di metterci un punto.