La vera ricetta anti crisi: meno manifesti inutili e qualche sacrificio in più

di Carlo Maria Lomartire

Dopodomani la Confcommercio riunisce a Milano per la prima volta gli Stati generali. Vuole fare le sue «proposte per la crescita e lo sviluppo» con un documento dal titolo «Anzitutto l’Italia». E come non essere d’accordo? Chi avrebbe la faccia di bronzo e il coraggio di contrapporre un «Anzitutto io e i miei amici?». Purtroppo l’organizzazione di Carlo Sangalli non è la prima a redigere la sua ricetta, da sventolare in faccia al governo, di cui, secondo il presidente dei commercianti, «difficoltà, contraddizioni e ritardi sono evidenti». Lo hanno già fatto la Confindustria della Marcegaglia, i sindacati - Cgil da una parte, Cisl e Uil dall’altra - le banche con l’Abi, i giovani industriali da Capri, gli artigiani, gli agricoltori eccetera. Ciascuno ha la sua ricetta. Che però, guarda caso, elude quasi sempre e quasi del tutto le proprie responsabilità e la rinuncia a qualcuno dei propri privilegi.
Perciò, ad esempio, quando il governo annuncia l’aumento dell’Iva, la Confcommercio insorge, col discutibile argomento che la conseguenza sarebbe un crollo dei consumi. E, sempre a titolo di esempio, quando qualcuno propone la liberalizzazione degli orari dei negozi, la possibilità di tenerli aperti la sera e la domenica e la piena e reale liberalizzazione delle licenze, senza distinzioni capziose fra piccola e grande distribuzione, i commercianti fanno le barricate. Piccole riforme che certamente produrrebbero un effetto benefico sui consumi di entità molto maggiore del danno procurato dall’aumento dell’Iva.
Intendiamoci, è anche umanamente comprensibile la difesa, anche se corporativa, dei propri interessi e delle proprie posizioni. Comprensibile ma non sempre giusta. D’altra parte a questo servono le organizzazioni di categoria, le cosiddette parti sociali. Ma le reazioni a misure governative sgradite dimostrano che non può essere questa o quella categoria ad avere la ricetta per uscire dalla crisi. Illuminante in questo senso è l’abbraccio consociativo fra la Confindustria della Marcegaglia e la Cgil della Camusso per aggirare certe decisioni, appena un po’ più liberali, di governo e Parlamento in tema di contrattazione sindacale. Un’operazione compromissoria di nessun beneficio per la crescita.
Spesso iniziative come questa della Confcommercio e i «documenti» che producono danno, più che altro, l’impressione di manifestazioni di buona volontà, tentativi di scaricare le proprie responsabilità: «Ecco, avete visto, noi le nostre proposte le abbiamo fatte, le nostre idee le abbiamo, se voi non ci state a sentire non è colpa nostra».
E invece forse sarebbe molto più efficace fare prima di dire. Prendere cioè iniziative autonome nella direzione delle proposte che si intende avanzare. Rivolgersi sempre al governo, aspettare sempre dal potere centrale la soluzione dimostra anche il persistere di una concezione statalista dell’economia. E invece al governo si può, si deve chiedere soprattutto una radicale e veloce sburocratizzazione, la possibilità di rendere semplici, veloci e meno costosi i rapporti fra l’impresa e la pubblica amministrazione. Ma in questo caso insorgerebbero altre categorie, quelle del pubblico impiego, private di parte delle loro prerogative e, in prospettiva, di posti di lavoro.
Nessuno può ignorare che i ritardi del governo nel varare il decreto per lo sviluppo dipendono anche, se non principalmente, dai piccoli e grandi veti che le diverse corporazioni, con i loro poteri di interdizione, frappongono in continuazione a questa o quella misura magari appena ipotizzata. Cominciamo, perciò, con la rimozione di questi veti, col rinunciare a certi poteri di interdizione.