La vera rivoluzione permanente

Turi Vasile

Ai sacerdoti e al vescovo di Aosta riuniti nella chiesa di Introd, il Papa ha rivolto a braccio un discorso così importante da suggerire all’Osservatore Romano di pubblicarne il testo intero due giorni dopo.
Benedetto XVI ha illustrato le difficoltà e l’inerzia che la Chiesa incontra nel suo apostolato, come se il mondo non abbia bisogno della fede e dei valori morali del cristianesimo. I Potenti della Terra non ascoltano, in genere, la parola di Dio e sembrano uniformarsi alla tesi di Karl Marx secondo cui, se la Chiesa non è riuscita a cambiare il mondo in milleottocento anni, tanto vale fare da soli. In verità il cristianesimo è una rivoluzione ancora incompiuta ma permanente; nelle sue sublimi contraddizioni esso ammonisce il fedele che il Regno dei Cieli non è di questa terra, ma lo esorta ad agire come se il Regno dei Cieli possa realizzarsi domani.
Papa Ratzinger, dotto tra i dotti, si serve tuttavia di un linguaggio comprensibile, comunicativo. Egli individua nel Sessantotto quel tentativo di fare da sé predicato da Marx e rivelatosi invece l’ultimo fallimento di neo Illuminismo. Pretendeva di risolvere, rompendo tutti gli schemi, il disagio esistenziale derivato dall’apocalittica esperienza della Seconda Guerra mondiale ed è riuscito a generare anarchia. I suoi paladini sono oggi in maggioranza borghesi rientrati nei ranghi che trovano tuttavia possibile e godibile, fare a meno del messaggio evangelico.
Nel discorso di Introd traspare l’amarezza del pontefice. Eppure, di recente, al di fuori di ogni analisi di molte realtà apparenti, si è avuto il conforto della partecipazione di milioni e milioni di pellegrini virtuali sparsi nel mondo, rappresentati dalla gremitissima piazza San Pietro in occasione della morte di Giovanni Paolo II e della incoronazione di Benedetto XVI.
In quelle manifestazioni si avvertiva il bisogno di Dio, spesso inespresso, ma insopprimibile in eletti come in poveri di spirito, in giusti e soprattutto in peccatori per i quali il Cristo è venuto. Sembrava che ripetessero, più o meno inconsciamente: non guardare ai nostri peccati ma alla forza invincibile della nostra fede.
In opposizione alla diagnosi del Papa, trascorrendo su un piano di inevitabile meschinità, c’è da dire che gli estremisti della sinistra lamentano in Italia l’eccessiva ingerenza dei cattolici nella cosa pubblica. Questi dovrebbero limitarsi a predicare e ad attuare le conseguenze della loro fede e della loro etica religiosa, nel chiuso delle proprie strutture, parrocchie, oratori, associazioni, in nuove catacombe insomma.
È quanto ha sostenuto alla lettera tempo fa l’onorevole Marco Rizzo, al quale il fanatismo comunista vieta ogni ragionevolezza e ogni misura. Unica eccezione da lui ammessa: la partecipazione ai pellegrinaggi della pace diretti ad Assisi, al seguito di qualche sacerdote contestatore (sic!). Per il resto, anche a proposito dei grandi misteri della vita e della morte su cui tutti possono interrogarsi, i cattolici sono invece da ghettizzare, devono farsi da parte al fine di evitare l’instaurazione di uno Stato teocratico, forse per lui già in atto.
Il Papa nel suo discorso in Introd ha detto di provare sofferenza per l’attuale situazione storica, ma aggiunge che la sofferenza è uno stimolo, è l’amore senza cui non si costruisce un mondo migliore.
Nel romanzo «Il Re della Pioggia» dell’ebreo americano Saul Bellow, premio Nobel, è scolpita una frase che dovrebbe tornare alla nostra mente soprattutto nei momenti bui: «La sofferenza è l’unico mezzo per spezzare il sonno dello spirito».