La «vera signora» vista da molto vicino

Ecco una Irene «privata» nei ricordi del suo autista Gianni e della cuoca Elisa

Alta, bruna, magrissima. Estremamente affabile. Sempre indaffarata. Il ritratto privato di Irene Brin esce dai ricordi di Gianni ed Elisa Sanna, la coppia che fu al suo servizio per dieci anni, dal 1958 al 1968, quando lei morì, uccisa da un cancro all’intestino.
L’attico in via Bocca di Leone 78, nel cuore di Roma, arredato con pezzi d’epoca e moquette vellutata come usava allora; la villa a Sabaudia che stava diventando luogo d’elezione della società letteraria romana; i soggiorni nella natìa Bordighera; le mostre d’arte, le sfilate di moda: è l’immagine di una dama colta e altoborghese, quella rimasta nella memoria di Gianni, l’autista, e di Elisa, la cuoca. Oggi la coppia, ormai anziana, gestisce un’enoteca a Piazzale Adriatico, ma in gioventù abitava il superattico sopra l’appartamento che Irene Brin divideva con il marito Gaspero del Corso, titolare con lei della celebre galleria d’arte «L’Obelisco».
Nei ricordi di Gianni ed Elisa campeggia lei, Irene, piuttosto che il marito: Irene che scriveva a letto con la macchina da scrivere sul tavolino-vassoio della colazione; Irene che faceva pubblicare una ricetta di Elisa (nidi di pasta con uova di quaglia al centro) sulla prestigiosa rivista americana House Beautiful, Irene che la domenica mattina chiedeva a Gianni ed Elisa di portare giù il loro bambino Efisio per coccolarlo, giocare con lui e permettergli di aprire il grande armadio della camera da letto, custode di giocattoli e dolci. Tenerezza e rimpianto per un bambino non nato? «Probabilmente», ipotizza Elisa. Ma «la contessa», come la chiamavano loro, sulle questioni personali era molto riservata.
Furono dieci anni felici quelli di Gianni ed Elisa: bella casa, buon stipendio, tanto da potersi permettere di comprare nel frattempo un appartamento di loro proprietà. Il contatto con una donna di frequentazioni artistiche e letterarie di alto livello come lei, gettava un riverbero di cultura anche su chi le stava vicino: l’autista ricorda quando l’accompagnava a Roma, con la grande 2003 familiare Fiat, da Biki, sua grande amica, o a Firenze, per le sfilate di Palazzo Pitti; Elisa ricorda le persone che arrivavano a cena e i pittori che «L’Obelisco» aveva lanciato, dall’udinese-piacentino Gustavo Foppiani allo scultore e incisore lucano Gaetano Pompa. Raffinata, «la contessa», ma in privato non troppo esigente, sempre disponibile e sorridente, «una vera signora». Si arrabbiò solo quando Jackie Kennedy, nel soggiorno in Italia rimasto famoso, si presentò a un ricevimento con un abito identico al suo: un tailleur di Valentino bianco e marrone. Valentino era il sarto preferito di Irene ma quella volta si beccò una scenataccia.
Rimane un rimpianto, all’autista Sanna: non essere stato lui ad accompagnarla nell’ultimo viaggio che fece prima di morire. «Partì per Strasburgo con il marito e il direttore della galleria. Era già molto debole ma volle andare lo stesso. Non ce la fece a rientrare a Roma e si fermò nella sua casa ligure di Sasso per riposarsi un po’. Non l’abbiamo più rivista».