La vera storia del branco di Verona

Si conoscono appena, non sono naziskin, erano ubriachi, hanno ucciso per nulla

nostro inviato a Verona

Si ostinano a chiamarli naziskin, neonazisti, skinhead, anche se le foto che girano da tre giorni non mostrano teste rasate o tatuate. Dicono che sono neofascisti, attivisti di gruppuscoli di estrema destra, ignorando che il procuratore Guido Papalia (quello che ha indagato Bossi, Maroni e le camicie verdi) e il successore designato Mario Giulio Schinaia hanno perso la voce a furia di ripetere che si tratta di «cani sciolti».
Li dipingono come una banda, un branco, benché si conoscano appena. Tifosi del Verona Hellas, e uno di loro allo stadio non ci ha mai messo piede. Studenti modello, mentre due lavorano e i tre che ancora frequentano le scuole sono tutti ripetenti. Figli di famiglie-bene, e invece i papà sono operai, commercianti, ferrovieri in pensione, persone normalissime. Ma che cosa quadra nelle storie sul tragico pestaggio di Verona ricostruite da giornali e televisioni?
I cinque provengono da quattro angoli lontani della provincia. Due, Guglielmo Corsi e Andrea Vesentini, vivono a Illasi, ai piedi della Lessinia, paesotto finora noto soltanto per aver dato i natali a don Luigi Verzè, il fondatore del San Raffaele, e perché annovera come cittadina onoraria Mariapia Garavaglia, ex vicesindaco di Roma. Terra dei Trabucchi, dinastia di giuristi-sindaci transitati dalla Dc al Pd: Alberto, autore di un tomo di diritto privato su cui hanno sudato generazioni di futuri avvocati, fu primo cittadino per quarant’anni; ora tocca al figlio Giuseppe, Pd: uno dei pochi sindaci veronesi di sinistra.
È da qui, la sera del 30 aprile, vigilia di un dì di festa, che partono diretti in città Guglio, il metalmeccanico, e Vese, il venditore di assicurazioni. Sono amici, vicini di casa, frequentano lo stesso bar, giocano allo stesso calciobalilla e il sabato sera s’inciuccano negli stessi bar. Puntano sul «Malta», un locale nel cuore di Verona affacciato su una piazzetta affollata di sedie, tavolini e gente «di destra». Loro di politica non sanno nulla, ma il posto è frequentato da quelli «giusti» e si sbevazza che è un piacere.
Guglio riconosce Raffa, cioè Dalle Donne. Non si frequentano, qualche volta si sono trovati in curva sud. Raffa è di San Giovanni Lupatoto, località poco fuori Verona, il paese dove si producono i tortellini Rana e il pandoro Melegatti. Lui sì che è noto alle forze dell’ordine: indagato per associazione a delinquere e istigazione all’odio razziale, perquisito (nascondeva materiale propagandistico di estrema destra), con la proibizione di entrare allo stadio. Due anni fa, in gita scolastica in Germania, si rifiutò di mettere piede in una sinagoga. È un estremista, e non fa nulla per nasconderlo.
Con Raffa ci sono Peri e Tarabuio, i due tornati con un volo low-cost da Londra dopo aver attraversato mezza Europa: e ci è toccato anche sentire un giornalista Rai spiegare la fuga «perché quella è una città dove notoriamente i terroristi di destra ricevono coperture». Tarabuio è Nicolò Veneri, vive a Quinzano, frazione collinare di Verona. Peri è Federico Perini, di Boscochiesanuova, paese di montagna di cui sono originari Massimo Moratti, la ciclista Paola Pezzo e i fratelli Valbusa, olimpionici di sci di fondo.
Il trio era stato coinvolto in incidenti allo stadio Bentegodi, Tarabuio era anche finito nell’inchiesta della Digos di Verona. Eccola qui la banda dell’odio razziale, i cacciatori di capelloni, il branco di nazi-picchiatori autore dell’«agguato»: gente che si incontra una sera per caso, che non ha voglia di studiare, che frequenta la politica come il sindaco Tosi i centri sociali, che non ha sogni per il futuro ma non sa nemmeno vivere il presente, perché il loro tempo libero lo passano a bere o fare casino. Vivono lontani tra loro, vengono da famiglie semplici, non hanno tanti soldi per le mani, non si rapano a zero.
Uno di loro era totalmente sconosciuto alla giustizia, altri avevano precedenti per teppismo da stadio, nessuno era stato associato alle recenti aggressioni avvenute nel centro storico di Verona. Non davano la «caccia al diverso», per usare uno dei comodi luoghi comuni che furoreggiano: la paura seminata per le antiche strade scaligere è stata attribuita a un generico branco di destra, ma dopo due anni la procura non ha ancora chiuso l’inchiesta facendo nomi e cognomi.
Raffa, Peri e compagni si credevano padroni del mondo, ma sono degli idioti esaltati che quella notte girovagavano ubriachi in cerca dell’ultimo bar aperto. Ma Verona non è Manhattan che non dorme mai. In un vicoletto buio, dove proietta la sua ombra un arco di pietra vecchio quanto l’Arena, incocciano nel terzetto del povero Nicola Tommasoli.
Una sigaretta negata fa scoppiare l’irreparabile, una violenza omicida assurda, gratuita, bestiale. Una brutalità senza ideologia che trova subito la più ideologica delle spiegazioni: «A furia di parlar di ronde, ecco i risultati», sintetizza Annamaria Castagnini, assessore delegato ai Rapporti con i cittadini nella giunta di sinistra di Illasi.
La politica non c’entra: lo dicono i magistrati e la questura, lo confessano gli assassini, lo riconoscono perfino i familiari e gli amici della vittima. Tutto inutile, per chi ha deciso a priori come giudicare le cose. Quel ritornello è stato ripetuto come un mantra in questi giorni drammatici. Un esorcismo facile contro un bersaglio appetitoso, la città di Ludwig, di Maso, dei sassi dal cavalcavia, e ora di Tosi, della Lega e della caccia allo straniero. Il sindaco ribatte che, secondo gli inquirenti, dal 2006 al 2007 nel centro di Verona sono avvenute 13 aggressioni: «Undici con la precedente amministrazione di centrosinistra, due durante la mia. Se fosse vero che la colpa è del clima costruito dalla politica dei sindaci, la responsabilità dovrebbe ricadere sul mio predecessore di centrosinistra». O sul sindaco di Illasi. Purtroppo il mistero del male che ha scatenato questa furia è un po’ più profondo.