La vera storia dei templari

L’ordine dei monaci guerrieri visse dal 1119 al 1312

Una tonaca bianca con una croce rossa, possibilmente molto grande; uno spadone a due mani al fianco; le fiamme di un rogo sullo sfondo, con sinistri bagliori che si riverberano su un calice, e mi raccomando che assomigli il più possibile al Santo Graal; curerei inoltre di mettere un forziere con monete d’oro che debordano, perché si sa che un tesoro deve esserci per forza; non si dimentichi infine di attivare la colonna sonora con le parole Non nobis Domini sed nomini tuo da gloriam, «Non a noi Signore ma al tuo nome dà gloria»: ecco gli ingredienti indispensabili per un perfetto pasticcio templare. O meglio, templaristico.
Quando si parla di templari, si deve subito usare la spada per dividere nettamente in due gli ambiti della verità: quella sulla storia dell’ordine del Tempio, sorto in Terrasanta nel 1119 e sciolto nel 1312 in Europa, e quella sul «templarismo», ovvero una sterminata palude di esoterismo e società più o meno segrete, deliri riattualizzanti e un pizzico di turismo che bollono nel gran calderone della leggenda dei templari. Storia e leggenda, dunque. È l’importante premessa che Alain Demurger, storico dell’Università di Parigi, fa alla sua opera Vita e morte dell’ordine dei templari: «Lo storico non si occupa solamente del vero, ma anche del falso quando sia stato creduto vero; si occupa pure dell’immaginario e del sogno. Soltanto, si rifiuta di confonderli». E Demurger appunto non li mescola, realizzando un libro chiaro ed esaustivo sulla vera storia dei templari, terzo volume della nostra collana dedicata al Medioevo.
Chi furono i templari? Nati a Gerusalemme all’inizio del XII secolo, all’indomani della prima crociata, furono insieme monaci e guerrieri. Ovvero uomini d’arme che scelsero di condurre una vita lontana dalla vanagloria del mondo: rinunciavano ai vestiti, alle proprie armi e al proprio cavallo per ricevere quelli che il gran maestro avrebbe dato loro. Praticavano cioè un’obbedienza completa sino ai gesti più quotidiani, e severe punizioni colpivano chi rompeva la regola del silenzio o ritardava l’esecuzione dell’ordine di un superiore. Elementi comuni nel monachesimo, questi, ma resi più vitali per via del difficile compito che i templari avevano liberamente assunto: proteggere i pellegrini e gli stati crociati di Terrasanta. In coppia o in squadroni, i templari pattugliavano le strade della Palestina per renderle sicure dagli attacchi musulmani. In questo quadro le norme severissime circa il silenzio diventano più chiare: in ogni casa templare il capitolo giornaliero - ovvero la riunione dei «fratelli» con i gradi più alti - prendeva decisioni operative e tattiche (itinerari, rifornimenti, dislocazione delle forze) di cui il nemico non doveva in alcun modo venire a conoscenza.
La Chiesa riconobbe ufficialmente l’ordine nel 1129. Da allora la sua espansione fu enorme: verso la fine del XIII secolo vi erano centinaia di magioni templari dalla Terrasanta alla Spagna, passando per l’Italia, la Germania, l’Inghilterra e soprattutto la Francia. In effetti, pur essendo un ordine «internazionale», quello templare era sorto per l’opera di un cavaliere di Francia, Ugo di Payns nella Champagne francese, anche se molti con troppa fantasia pretendono venisse da altre parti.
Cosa sorreggeva una simile potenza? Sul piano spirituale e giuridico l’esperimento dei templari era stato aiutato da un piccolo, grande monaco cistercense: san Bernardo, che negli anni Trenta del XII secolo scrisse (dietro richiesta di uno dei primi templari che era poi un suo zio), una piccola opera a favore del nuovo ordine. La intitolò Elogio della nuova cavalleria, e fu un best seller formidabile, ancora usato dalle guardie svizzere del papa sino al secolo scorso. In poche, densissime pagine, Bernardo visitò idealmente i Luoghi Santi (dal Santo Sepolcro al Giordano, da Betlemme a Nazareth) per illustrare ai «poveri cavalieri di Cristo» il senso della Terra Santa e della loro azione. Sì, perché un senso doveva esserci in quel mulinare le armi a favore dei fratelli e della fede. Il templare viveva infatti nella sua persona la tremenda tensione scaturita dal crogiolo della prima crociata. Ecco le parole di Bernardo: «Quando uccide un malfattore, non deve essere reputato un omicida ma, per così dire, un malicida».
«Malicidio»? Un’espressione fortissima. Il santo incitava al massacro come troppo spesso si ripete, distorcendolo? No, perché Bernardo prosegue con queste parole: «Non si dovrebbero uccidere neppure i pagani qualora ci fosse una maniera diversa per impedir loro di opprimere i fedeli». Dunque l’opera dei templari era gradita non già per il sangue versato, ma perché il sangue sparso era l’ineluttabile pertugio attraverso il quale passare per proteggere i fratelli nella fede e permettere loro di visitare i Luoghi Santi. Una guerra giusta e, insieme, una guerra santa, perché il templare purificava la sua anima con preghiere e digiuni (non eccessivi però, come specificava la regola: altrimenti come avrebbe potuto combattere?) e poteva così sperare nel Paradiso quando la mano della morte l’avesse afferrato.
Preghiera e combattimento: ecco il pane quotidiano dei templari. Ma non solo: infatti la vastità delle loro proprietà li portò a sviluppare un’efficace gestione patrimoniale, cui si affiancava l’attività di banchieri. Da secoli gli europei avevano affidato ai monaci, «poveri» per definizione, la tutela dei propri beni: e chi avrebbe potuto farlo meglio di monaci che erano insieme dei militari? L’ordine divenne così il tesoriere di conti, re e papi, sino a essere ricco, troppo ricco. E all’inizio del XIV secolo qualcuno pensò bene di prendersi tutta quella ricchezza: fu il re di Francia Filippo IV il Bello, che li pugnalò alle spalle arrestandoli in massa e bruciandone qualcuno. Le accuse? Avidità, lussuria, eresia. Da allora si ripetono senza posa, nonostante siano fondamentalmente false. Ma la storia conosce anche questo.