La vera storia del "lapsus"di Fini su Mancino

È giallo sul fuori onda del presidente della Camera che tira in ballo il numero due del Csm tra le rivelazioni del pentito Spatuzza. Nei verbali resi pubblici il nome dell’esponente Pd non c’è. Ma adesso spunta un interrogatorio di Martelli...

Siamo sicuri che s’è trattato di un lapsus? E siamo certi che nel sussurrare al procuratore pescarese Nicola Trifuoggi una notizia esplosiva di cui nessuno fino a quel momento era a conoscenza («Lei lo saprà, è una bomba, ma il pentito Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell’Interno...») il presidente della Camera si sia effettivamente confuso con le dichiarazioni di altri pentiti sul vicepresidente del Csm, vedi Massimo Ciancimino o Giovanni Brusca? E se alle ore 16.47 di martedì dai microfoni di Radio Capital non interveniva direttamente Mancino per dire che lui, e non Fini, era completamente all’oscuro delle dichiarazioni del pentito, possiamo dare per assodato che il presidente della Camera sarebbe intervenuto comunque per precisare quel che poi il suo portavoce ha rettificato? Gli interrogativi necessitano risposte chiare e ragionate perché un dato è assodato: prima della trasmissione a Palermo degli interrogatori fiorentini di Spatuzza, nessuno aveva mai fatto cenno alle dichiarazioni di «Gaspare u tignusu» su Nicola Mancino. Nessuna indiscrezione era mai uscita sulla stampa. Nessun riferimento saltava agli occhi nelle oltre tremila pagine dei verbali di Spatuzza piene zeppe di «omissis» dietro ai quali si vociferava di politici vari, mai di Mancino. E se dunque l’ex presidente del Senato dovesse effettivamente nascondersi dietro uno di quegli «omissis», il lapsus assumerebbe contorni curiosi.

Numerosi indizi documentali e processuali portano a ritenere probabile quel riferimento, diretto o indiretto, fatto o sussurato da Spatuzza. E non solo per le datate dichiarazioni di Brusca. Ma perché quel che pochi ricordano è che Spatuzza inizia a parlare coi magistrati di Firenze impegnati sui mandanti esterni - attraverso numerosi «colloqui investigativi» - a cavallo del 2000, fino ad alcuni mesi prima la morte del pm Chelazzi (avvenuta nel 2003). L’ha confermato recentemente l’allora procuratore Pier Luigi Vigna, che nel riferire del «turbamento» di Spatuzza aggiunge «che era interessato alla collaborazione ma oltre non andò, e comunque non disse niente di rilevante». Vigna conferma però d’aver mandato le trascrizioni dei «colloqui» di Spatuzza alle procure competenti a indagare sulle stragi ma mai, ai processi di via D’Amelio e Capaci, quei documenti fondamentali per l’accertamento della verità sono mai saltati fuori. E la cosa suona strana, perché se erano stati inviati dovevano avere comunque un contenuto d’interesse. Ecco perché è di estrema rilevanza sapere cosa vi fosse riportato. Anche perché sempre di Mancino si parla in un altro interrogatorio, di poco successivo alle confidenze di Spatuzza ai pm fiorentini. Il teste Claudio Martelli, ascoltato l’11 ottobre 2002, è costretto a rispondere a domande inerenti i tentativi, da parte di pezzi dello Stato o di soggetti altolocati delle forze di polizia, di ammorbidire il carcere duro per i mafiosi voluto espressamente dallo stesso Martelli. Il riferimento a Nicola Mancino è diretto nel tentativo del magistrato di chiarire ogni dettaglio della situazione politica immediatamente precedente e successiva alle stragi di Falcone e Borsellino. Il pm Chelazzi incalza l’ex ministro della Giustizia. «È mai accaduto - domanda il pm - che il ministro dell’Interno, quindi Mancino per intendersi, l’attuale senatore Mancino, insistesse per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e Secondigliano? Io ricordo che a Secondigliano e a Poggioreale, negli ultimi giorni della sua presenza in via Arenula, siccome era stato ucciso un sovrintendente fu applicato il primo comma, quello che sospendeva in tutto l’istituto il trattamento: non ai detenuti ma in tutto l’istituto. Naturalmente questo creò del malumore sulla piazza napoletana, il prefetto dovette negoziare con i detenuti...». Martelli risponde di ricordare bene quel che accadde in quei penitenziari a seguito dell’omicidio di un secondino, ma nega di aver avuto da Mancino, o dal capo della polizia dell’epoca, pressioni di alcun genere finalizzate a ridimensionare il 41 bis.

Alla luce di quel che sta accadendo in queste ore, dunque, occorrerebbe fare un po’ di chiarezza su quei «colloqui investigativi» di Spatuzza rimasti per troppo tempo nei cassetti delle procure e mai approdati nelle tante sedi processuali delle stragi del ’92. E visto che oggi a Fini gli scappa detto di Spatuzza, che a Chelazzi non gli può essere scappato detto di Mancino (dopo avere colloquiato ripetutamente con Spatuzza) vuoi perché il pm lo ha appreso da Spatuzza, da altri pentiti (Brusca) o dall’evolversi delle sue indagini sui mandanti esterni, il dubbio resta. E per chiarirlo serve chiarezza. Da parte di tutti.