La vera storia di Niccolai, rivoluzionario del gol

«Come va Comunardo?» chiese il dirigente del Bologna. «Bah, si tira avanti», rispose il difensore del Cagliari. Il dottor Frongia, medico sociale del club sardo, stava alle spalle dei due dialoganti e non si lasciò scappare la battuta: «In verità lei tira indietro, caro Niccolai». Il fatto fu che, durante la partita, il Comunardo la fece davvero grossa, arrivò a dribblare, caso unico nella storia, addirittura il proprio portiere, Albertosi, e a batterlo in gol. Frongia non prescrisse alcun farmaco, sulle gradinate risero a lungo.
Erano altri tempi per il giuoco del football, senza tatuaggi, orecchini, ninnoli e fascette per i capelli. Il Comunardo non ne avrebbe avuto tanto bisogno, di fascette intendo. Rada era, infatti, la sua capigliatura, la qual cosa, secondo la teoria romantica di Bepi Vigna, scrittore fumettistico, della terra sarda pure lui, non gli permetteva sempre di intervenire con grazia e perfezione nei colpi di testa. Lo chiamavano agonia, perché non aveva il fisico da superman, anzi ma la forza, dentro, era feroce. Uno stopper tenace, si scriveva, puntuale, fino a che qualche diavolo non lo scherzasse. Fece storia, per l’appunto, una deviazione nella propria porta, avvenuta allo stadio Comunale di Torino, nella partita scudetto contro la Juventus. L’istantanea del fotografo è storica, si vede Niccolai che si allunga, in volo, tirando i nervi, tutti, compreso il collo e il mento e il petto, toccando per disperazione, con l’ultimo pelo che aveva in capa, il pallone, nel tentativo di liberare, si diceva così. A un metro da lui, Ricky Albertosi tiene le braccia come a cullare un neonato, il pupo non c’è, era, la sua, la postura pronta a ricevere docilmente e facilmente quel pallone che finì, invece, in rete. Il terzo uomo, nella fotografia, è Zigoni il quale assiste inebetito all’evento favorevole. In tribuna stava seduto, perché squalificato, Manlio Scopigno, il filosofo allenatore del Cagliari: «Davvero un bel gol», commentò con un mezzo ghigno, quasi nascondendo le parole dietro le volute di fumo di una delle sue cento sigarette. Lo stesso Scopinski, come lo chiamava Brera, celebrò l’esordio azzurro mondiale di Agonia, a Città del Messico, contro la Svezia: «Tutto mi sarei aspettato dalla vita tranne che di vedere Niccolai, via satellite e a colori». Erano i primi test del sistema Pal televisivo, di notte gli italiani fortunati potevano assistere al miracolo, il prato grigiastro di colpo era diventato verde smeraldo, le magliette sporche di un azzurro romantico contro quelle gialle canarino degli svedesi. Ove Kindvall, il centravanti della Svezia, entrò con tutti i suoi chilogrammi sulle caviglia di Agonia che si afflosciò sul prato, meno verde per noi. Era il minuto ventisette, per il Tafazzi del nostro calcio, finì il mondiale con il sombrero che andammo poi a giocarci in finale contro il Brasile. Uno si potrebbe anche domandare: ma come fa uno a chiamarsi Comunardo? Che vuol dire? Perché? Il padre di Comunardo di nome faceva Lorenzo, giocava in porta nel Livorno ed era un maestro nell’arte del vetro. Era un pisano antifascista e allora decise, con la moglie Naida, pistoiese di Santa Lucia Uzzano, di tenere fede alle proprie idee; non fu la Comune di Parigi a reggere il governo della Francia nella primavera rivoluzionaria del 1871? Non erano proletari che amavano la vita e la libertà? Dunque Comunardo al battesimo e all’anagrafe, destinato ad avere come compagno di squadra uno che si chiama Greatti di cognome, e ci sta, ma Ricciotti di nome, dunque Dio li fa e il football li accoppia.
Comunardo Niccolai ha vissuto di rendita pagando gli interessi. Ogni tanto ci ricordiamo di lui, non dello scudetto, non del secondo posto mondiale, non della sua carriera da capitano ma per i suoi numeri imprevisti: autogol, dunque, cinque in campionato (Bologna, Perugina, Roma, Fiorentina, più uno in coppa dei campioni contro) che lo hanno reso illustre, quasi sia stato l’unico ad avere, in esclusiva dunque, l’onore del gesto. Meglio, anzi peggio, si sono espressi Riccardo Ferri (8); Franco Baresi, Francesco Morini, Santarini e Ferroni (7); Apolloni, Ciro Ferrara, Losi, Mozzini e Picchi (6).
Informate Gianfranco Fini e ricordategli pure che un suo ex collega, Francesco Storace, ha usato le stesse parole: «È il Niccolai della politica». Si trattava di Massimo D’Alema.