«Verba Picta» celebra Simona Weller

La Riviera delle Palme ricorda i suoi splendidi anni settanta con una mostra dedicata alla pittrice e scrittrice romana Simona Weller.
Sono passati più di trent'anni da quando, giovanissima, la Weller arriva in Liguria. Il «triangolo d'oro» Albissola - Finale - Calice è da tempo meta e dimora d'artisti, poeti e letterati. Per le strade degli antichi borghi si aggirano in cerca d'ispirazione Nangeroni, Reggiani, Scanavino e Nespolo, mentre a Boissano si rifugia l'ancora sconosciuto Andy Warhol per scrivere la propria autobiografia.
Simona Weller giunge a Finalborgo col compagno -il poeta ligure Cesare Vivaldi- e i figli. Vi trascorre lunghe estati, lavorando nel suo studio, ove nascono le opere destinate alle grandi esposizioni -in Italia e all'estero- e maturano i semi della sua ricerca.
Oggi, quella Liguria che le è rimasta nel sangue, la celebra con una grande mostra, curata da Sandro Barbagallo. S'intitola «Verba Picta» e si svolge in due sedi, nei Chiostri del Complesso Monumentale di Santa Caterina a Finale Ligure e nella Casa del Console di Calice, fino al 28 settembre (h.10-12; 16-19).
La mostra è un'incursione completa nell'opera dell'artista, con lavori su tela e carta dagli anni settanta ad oggi. Cifra distintiva della Weller è l'uso della parola come modulo pittorico. Le parole - scritte in punta di pennello a olio e pastello - sono strumento d'indagine nelle pieghe calde della memoria e simulacro d'alte emozioni.
Il verbo, nella sua pienezza evocativa, è segno di un limpido sentire: mare, cielo, erba, grano, sono i termini più ricorrenti nel vocabolario della Weller.
La loro iscrizione sulle tele segue le suggestioni della fonetica e di un intimo turbamento. Ecco che per il vocabolo «mare» le mani dell'artista iscrivono grandi e sinuose onde mentre la grafia che verga la parola «erba», suggerisce il vento che spazza i campi. Le parole sono puro movimento e compongono la texture dei quadri.
Motti, memorie, appunti e accenni di figure s'accumulano strato dopo strato sulla tela, dando luogo a un continuo germinare che si arresta alla soglia della saturazione.
Ogni segno cela la traccia di quello sottostante e ne conserva il ricordo come in un diario segreto scritto fitto. Le pagine di questo taccuino sono chiare, divise da precise righe a scandire gli spazi. Oppure sono di un nero profondissimo e richiamano le antiche «lavagne» di scuola. Infine, sono pura luce, strutturata dai colori di quest'irrequieta e altissima pittura-scrittura.