«VERBA VOLANT», PILLOLE DI CULTURA

La nostra televisione ha sempre fatto troppo poco per la salvaguardia della lingua italiana, la conoscenza del significato delle parole, la loro etimologia. Anzi, dopo aver avuto il merito - unanimemente riconosciutole - dell’unificazione linguistica nazionale, ha spesso contribuito a rovinare l'uso corrente del linguaggio, instillando cattive abitudini e guastando l’orecchio degli italiani. Ogni tanto la televisione ha un soprassalto di pentimento e cerca di porre rimedio all’inconveniente con qualche saltuario programma che cade come una goccia nel deserto. Per anni, ad esempio, il compito di riportare un po’ di ordine nel linguaggio era stato affidato a Parola mia, rimpianta trasmissione condotta da Luciano Rispoli che non si nascondeva intenti didascalico-educativi, pur addolciti da un impianto complessivo improntato a una sorridente leggerezza. Adesso, con obiettivi per nulla pedagogici ma più scanzonati, si è dato corso a un altro appuntamento televisivo di genere «linguistico», confinato ancora più nascosto nel palinsesto, alle 9 del mattino dal martedì al venerdì (Verba volant, Raitre, a cura di Peter Freeman e Alessandro Robecchi) e di durata flash (poco più di cinque minuti, ed è evidemente considerato già grasso che cola). In questo veloce lasso di tempo gli autori scelgono ogni giorno una parola (giovedì è stata la volta del termine «estremo») e la mettono sotto divertita osservazione. Cercano di capire dove e come è nata, la seguono nelle sue evoluzioni lustro dopo lustro, ne vivisezionano l’uso a seconda dei cambiamenti del costume, ne stigmatizzano eventualmente l'abuso o la perdita di senso originario (che è poi il vizio più comune e pericoloso che tocca in sorte alle parole a mano a mano che ci si discosta dal loro impiego corretto). Il «racconto» di ogni parola è effettuato da una voce fuori campo e accompagnato da una serie di immagini che hanno il compito di illustrarlo con vivacità, cosicché - ad esempio - il termine «estremo» viene fotografato da spezzoni che riguardano la lotta politica degli «estremisti», ma anche da qualche incursione in altrettanti «estremismi» accostati con beffarda irriverenza quali il sesso estremo, la dipartita estrema, gli sport estremi. Il limite di Verba volant è che non può permettersi di andare molto in profondità, sia per il poco tempo a disposizione che per il taglio narrativo scelto, ma l’appuntamento è comunque gradevole e tutto quanto la televisione può fare sul fronte della maggiore conoscenza delle parole che usiamo va naturalmente accolto con favore e apprezzamento. Sempre in attesa che i nostri vertici televisivi capiscano - se ne hanno un po' di consapevolezza - quanto disordine mentale produca una lingua impoverita e misconosciuta.