"Verbali falsi: così sono finito sulla graticola"

Il sottosegretario Giacomo Caliendo querela <em>Repubblica</em>: &quot;Accuse inventate Se avessi fatto qualcosa di illecito mi sarei già dimesso&quot;. E sulla P3: &quot;Le riunioni segrete? Ma se ci vedevamo nelle trattorie...&quot;

Sottosegretario Giacomo Caliendo che fa, querela «la Repubblica» per quello che scrive sul suo interrogatorio riguardo alla cosiddetta «P3»?
«Certo. Ora basta con quest’azione di disinformazione e di aggressione contro di me. La ricostruzione dei fatti e gli stralci dei verbali del mio interrogatorio che quel giornale ha pubblicato sono completamente inventati: una serie di deformazioni della realtà e di strumentalizzazioni di tipo politico che puntano a farmi dimettere».

E lei a dimettersi non ci pensa proprio, malgrado la mozione di sfiducia che il Parlamento si prepara a votare e gli inviti di qualche finiano come Bocchino?
«Guardi, il verbale io devo ancora riceverlo, ma so bene che cosa ho detto ai magistrati. Ho portato prove evidenti e testimoni della mia completa estraneità a qualunque associazione segreta. Se avessi commesso qualcosa non di illecito, ma solo di scorretto (e possono fare tutti gli accertamenti che vogliono), avrei lasciato il mio posto il giorno dopo. Ma ho la coscienza a posto e se adesso facessi un passo indietro sarebbe un danno per le istituzioni e per il Paese, perché non consentirei di accertare tutta la verità».

Che cosa non corrisponde al vero di quello che ha pubblicato «la Repubblica»?
«Non è vero, per cominciare, che ho detto di Pasqualino Lombardi che lui era “potente”. Non è vero che mi ha fatto entrare nel Centro studi per il diritto e la libertà. Figurarsi, io ho contribuito a fondarlo nel ’99, con una serie di persone e lui era solo una specie di segretario. Non era il “suo” Centro. Facevamo riunioni non in luoghi segreti ma in ristoranti e trattorie per organizzare convegni. Per me era un’occasione di dibattito culturale. Se poi negli ultimi anni il Centro è diventato qualcosa di diverso, io non so. In Sardegna per dibattere sul federalismo c’erano Bassolino, Formigoni, tanti altri. Nulla di sospetto. Tanto che proposi di fare un secondo convegno sul tema, che mi sta molto a cuore».

E poi che contesta?
«Non è vero che non ho parlato con il ministro della Giustizia, ma con “qualcuno della segreteria”, a proposito di un’eventuale ispezione al tribunale di Milano sull’esclusione della lista elettorale di Formigoni, per informarmi su un esposto del governatore. Invece ho accertato che si trattava di un ricorso al Tar su presunti comportamenti scorretti e ho riferito ad Alfano che, secondo la mia valutazione, non si poteva fare un’ispezione: ci sarebbe stata un’interferenza, visto che il Tribunale amministrativo doveva pronunciarsi. Il ministro fu d’accordo e non si fece nulla».

Altre rettifiche da fare?
«Non è vero che mi sono occupato di una proroga dell’età pensionabile per favorire il Primo presidente della Cassazione, Carbone. Infatti non è mai stata proposta da nessuno».

E sul famoso pranzo a casa Verdini e le pressioni sulla Consulta per il Lodo Alfano, che dice?
«È evidente dall’ordinanza e dalla sentenza del tribunale del riesame che io non c’ero a quella riunione quando e se si parlò dell’argomento. Avevo altri impegni e mi fermai solo una mezz’oretta. Non so se discussero del Lodo Alfano. So solo che così mi disse dopo al telefono Lombardi, aggiungendo che bisognava fare “la conta”. E in quel periodo sui giornali, compreso il suo, questo era diventato quasi un gioco di società: prevedere chi avrebbe votato sì e no. Ma io non ho mai fatto pressioni su nessun giudice costituzionale, anche se ne conosco personalmente diversi e ho anche avuto occasione di parlarci».

Crede di aver convinto i magistrati nel suo interrogatorio?
«Credo che quando tutti potranno leggere i verbali e non le trascrizioni deformate di giornali di parte, sarà chiaro che è da escludere qualsiasi mia responsabilità».