Verdena, tornano i migliori rocker italiani

A pochi giorni dalla pubblicazione, il nuovo cd del trio è già esaurito. Il chitarrista Alberto Ferrari: «Noi parliamo con gli strumenti»

da Milano

Massì, quando ci vuole ci vuole e stavolta ci vuole: i Verdena sono i migliori giovani rockettari italiani. Crescono, inventano, hanno personalità: e, per conferme, ascoltate il loro nuovo cd Requiem, che è uscito venerdì scorso e che i beneinformati segnalano già molto in alto nelle vendite. I Verdena suonano, come si dice, la naturale evoluzione di quel rock che dagli accordi cattivi e rugginosi di Children of the grave dei Black Sabbath (nella loro Don Calisto l’accordatura sembra la stessa) si è spinto fino a basso e batteria secchi e ondulati dei Nirvana (Non prendere l’acme, Eugenio), respirando l’heavy metal, il punk americano, le visioni distorte di Neil Young e quelle disilluse dei primi Pearl Jam. In più i Verdena ci aggiungono la vita, la loro vita di nomadi, vissuta con l’amplificatore sempre acceso nello studio di incisione vicino a casa di Bergamo (lo starnazzante Henhouse) oppure sul palco che ormai è una casa: suonano ovunque, spesso all’estero, spesso lasciando a bocca aperta la gente. E, se volete, cantando testi che per toni e luminosità sono un incrocio tra Lovecraft e il misterioso Alistair Crowley. «Noi parliamo con gli strumenti in mano», spiega Alberto Ferrari, che con Luca e Roberta è il trio Verdena, lo stesso che alla fine degli anni Novanta sembrava una rivelazione da classifica (disco omonimo stravenduto) e ora è una rivelazione e basta, una delle poche che in Italia metta d’accordo critica e pubblico senza che nessuno si imbarazzi. Per spiegarci, il singolo Muori delay è stato lanciato da Radio Deejay ma starebbe come un pascià anche sul palco di Glastonbury (dove in Gran Bretagna c’è il rock che conta) oppure su quello dell’Ozzfest, cioè il festival vagabondo che negli Stati Uniti porta i gruppi più tosti in arene da cinquantamila biglietti venduti.
Eppure, parlando, Alberto Ferrari snocciola senz’enfasi il suo curriculum e s’inalbera solo quando accenna alle sue «valli piene di capannoni, qui stanno distruggendo tutto ed è ovvio che i ragazzi abbiano un motivo in più per essere arrabbiati». I Verdena sono riusciti a fuggire quella rabbia cieca salendo subito sullo zeppelin della musica, giovani giovanissimi, e filtrando i malumori, anzi la diabolica voglia d’arrabbiarsi, attraverso le letture, le mescolanze contaminate dal Nyarlathotep, il Caos strisciante di Lovecraft e Derleth, dalle storie di Huxley, dalle vulgate, dai racconti che dall’India arrivano fino all’Estremo Oriente dei Samurai seguendo lo spirito sereno e scuro della fatalità. Sarà per questo che hanno lasciato a Mauro Pagani il compito di scegliere due tra dieci canzoni e poi produrle con un soffio di anni ’70 nel delay lancinante di Angie e uno spasmo cantautorale in Trovami un modo semplice per uscirne. Complimenti, e basta.